13 Reasons Why – Recensione by R.

È passato più di un mese da quando 13 Reasons Why è approdata su Netflix, eppure rimane una delle serie più discusse, seguite e criticate del momento. 13 episodi, 13 ragioni per cui la protagonista, la diciassettenne Hannah Baker (Katherine Langford), si è tolta la vita, tutte snocciolate su delle audiocassette che nel primo episodio vengono recapitate all’amico Clay Jensen (Dylan Minnette) e sono destinate a tutti coloro che fanno parte di quelle “thirteen reasons”. Tratto dal romanzo omonimo di Jay Asher del 2007, lo show è stato creato da Brian Yorkey e ha tra i suoi produttori esecutivi la cantante e attrice americana Selena Gomez. Il coinvolgimento di quest’ultima, la struttura della narrazione, il mistero e i delicati quanto attuali temi trattati non potevano che essere garanzia di successo; un successo nel bene e nel male perché la serie non è perfetta e ha suscitato un vespaio di controversie tali che in alcuni casi ne è stata vietata la discussione o addirittura la visione ai minori di 18 anni.

[Credits to Netflix]

Hannah, la protagonista assoluta 

Partendo dalle settimane immediatamente successive al suicidio, ripercorriamo lentamente gli eventi che hanno portato Hannah Baker a concludere che per lei non ci fossero alternative se non quella più tragica e definitiva. È Hannah la protagonista indiscussa della serie, colei che ci guida passo passo attraverso quella che di fatto è un’indagine sull’atto commesso da lei stessa. Hannah racconta, getta gli indizi, pone domande a se stessa, agli altri personaggi e a noi, e sì, arriva anche ad insinuare, mettendoci nella difficoltà di capire veramente quanto sia accaduto prima che ciò venga completamente svelato a conclusione dell’episodio. Per la prima volta la vittima ha una voce, è questa la grande novità di 13. La ragazza è già morta quando premiamo play, ma non è attraverso l’investigazione della polizia, il processo o i racconti di chi la conosceva che scopriamo la sua storia, è lei a tirare le fila di tutto sino all’ultima puntata.

Quella di Hannah è una voce potente, che non ti risparmia nemmeno un dettaglio della cruda realtà ed in grado di farti interrogare anche quando non sei pienamente d’accordo con lei. In quei nastri Hannah ha la voce che le manca nei flashback, tira fuori tutto, il dolore, la rabbia, la solitudine, la sensazione di essere una delusione per i suoi genitori e che ogni cosa che fa le si ritorca contro. Ci sono due occasioni in particolare in cui Hannah potrebbe esternare tutto questo prima, quando è ancora in tempo per prendere un’altra strada, prima con Clay, poi con il consulente scolastico Mr Porter. Vuole disperatamente parlare, afferrare quella mano che potrebbe trascinarla fuori dal buco nero in cui è caduta sempre più giù da quando ha varcato la soglia della Liberty High. Ma non lo fa. Per quanto la voce nella sua testa chieda aiuto, che sia per paura, vergogna o disperazione, lei tace. Quando nel giorno del suicidio lascia l’ufficio del consulente scolastico, percepiamo il peso del totalizzante senso d’abbandono che la opprime: i corridoi della scuola sono colmi di adolescenti presi dal via vai del suono della campanella, eppure la ragazza è sola, non c’è uno sguardo, un gesto, un piccolo segno che le faccia capire che a qualcuno di lei importa abbastanza “Some of you cared. None of you cared enough. Neither did I and I’m sorry”.

[Credits to Netflix]

Perché il suicidio?

Poco prima Hannah descriveva in poche significative parole la depressione di cui soffriva: non provava più niente, nulla era importante ormai, c’era solo il vuoto. Comprendere l’effettiva portata dello stato depressivo in cui Hannah era caduta, è fondamentale per poter capire a fondo come e perché sia arrivata al suicidio. La diciassettenne non era semplicemente triste, arrabbiata o delusa per tutto quello che aveva dovuto affrontare, era depressa, nel senso clinico del termine. Le “thirteen reasons why” possono dare ognuna il proprio apporto – più o meno significativo – ma non possono essere considerate la causa diretta e semplicistica di quella che è una vera quanto grave patologia e tantomeno del suicidio. Hannah Baker è vittima di ogni genere di atti di bullismo, alcuni dei quali molti di noi li hanno dovuti sopportare nel periodo scolastico, ma in qualche modo siamo sopravvissuti. Anche per questo in alcuni episodi è difficile capire perché un determinato evento descritto da Hannah sia bollato nelle audiocassette. Essere più fragili e vulnerabili però non è un peccato ed è il caso di Hannah, che comprendiamo poi essere addirittura affetta da depressione, un disturbo per il quale è difficile individuare una o più cause specifiche ed in grado di esacerbare ogni piccola cosa che ti capita.

[Credits to Netflix]

Parla, Hannah, parla!

Hannah vorrebbe aiuto, ma non lo chiede mai. Questa è una delle cose che più mi hanno fatto innervosire di lei. Per quanto a me per prima non piaccia chiedere aiuto, il suo eterno aspettare la mano tesa altrui a tratti è esasperante perché la sensazione è che quella mano debba esserle tesa nell’esatto modo in cui vuole lei. Mr. Porter prova a fermarla (poco ok, ma un piccolo tentativo lo fa), lei però lascia il suo ufficio e aspetta fuori dalla porta che l’uomo corra fuori a prenderla. Dirle di fermarsi non è abbastanza, non basta tenderle la mano, gliela devi parare di fronte, afferrare la sua e trascinarla fuori a forza dall’acqua in cui sta annegando. Stessa cosa con Clay, nell’episodio in cui scopriamo perché sia finito sui nastri. La grave colpa del poveretto, quella per cui lui si tormenta sia prima che dopo e della cui presenza fra le “thirteen reasons why” noi continuiamo a non capacitarci, non è nemmeno una colpa, Hannah stessa lo assolve. È lei a respingerlo per paura di non esserne degna, di rovinarlo e trascinarlo nella sua oscurità. Clay prova a parlarle, ci prova davvero, ma Hannah lo rifiuta per ben tre volte e pure piuttosto violentemente. Al terzo “Go fucking away!” chi sarebbe rimasto?! Sì, Hannah sta male, è evidente, ma Clay è un diciassettenne insicuro di fronte ad una ragazza in lacrime e spaventata, timoroso di aver fatto qualcosa che l’ha ferita. Non può leggerle nella mente, quello che lui poi immagina avrebbe potuto fare è un classico “col senno di poi” che al momento del fatto era impossibile attuasse.

[Credits to Netflix]

Non solo Hannah

C’è un dettaglio che manca sempre quando pensiamo a quello che stava passando Hannah. In realtà è presente, ma in alcune storie passa in ultimo piano, nell’episodio finale si rischia addirittura di dimenticarsene fino ai minuti conclusivi. Lo comprendiamo senza difficoltà con la vicenda di Clay perché è l’altro protagonista, quello a cui in fondo in fondo vogliamo bene anche quando non fa altro che farci imbestialire. Quando Hannah parla di Clay, sappiamo esattamente ciò che il ragazzo stava provando, comprendiamo perché si era allontanato da lei e quanto Hannah si sbagliava nel vederlo come un ragazzo sicuro di sé. Clay era più terrorizzato di lei a quella sottospecie di primo appuntamento improvvisato a casa di Jessica, ma Hannah non lo vedeva, esattamente come lui non ha visto quanto la ragazza stesse male – pensiamo anche a Zach, il cui comportamento è stato male interpretato da Hannah o a Skye, messa da parte da Clay. Quanti personaggi stavano male e nessuno se ne è reso conto? Chi più, chi meno, ognuno di noi ha il proprio fardello, un peso che spesso ci impedisce di andare al di là dell’apparenza altrui. La serie cerca di metterlo in luce approfondendo maggiormente il vissuto di alcuni personaggi e permettendoci così di capirli un pochino di più. Ma restiamo sempre lì sulla superficie, troppo presi dalla storia di Hannah e Clay e non vediamo quello che sta accadendo se non quando è troppo tardi. Non vediamo quanta rabbia stava covando Tyler così come Hannah non si era resa conto di quanto lo avesse ferito con quel risolino con cui rispondeva ad una richiesta di appuntamento. Avevamo invece visto il dolore vissuto da Alex, ma ad un certo punto ce ne siamo dimenticati; addirittura per buona parte della puntata finale a malapena ricordavamo l’ambulanza vista nella precedente finché il preside non ci ha annunciato un’altra perdita. Un altro esempio forte in tal senso sono i genitori di Hannah, i quali non erano cattivi, egoisti o disinteressati, adoravano la loro unica figlia, eppure non si erano accorti di quanto stesse vivendo; anche loro avevano i propri problemi e non sono riusciti ad andare oltre il sorriso e il silenzio della ragazza.

[Credits to Netflix]

La scena del suicidio 

Nello show assistiamo a due stupri e ovviamente al suicidio della protagonista. Trattandosi di rappresentazioni terribilmente realistiche, in cui nulla viene lasciato all’immaginazione dello spettatore, le polemiche al riguardo si sono sprecate, tanto che Netflix ha aggiunto appositi avvisi per le immagini proposte all’inizio degli episodi interessati. Questo è stato necessario in particolare per il suicidio di Hannah Baker, il vero climax dello show che arriva nel Season Finale. Sappiamo prima ancora di iniziare la serie che la protagonista si è suicidata, eppure quell’atto rimane sino alla fine il fulcro di tutto come in altre produzioni accadrebbe con la rivelazione dell’assassino. E non ci viene risparmiato niente. La volontà era di rappresentarlo nel modo più vero possibile (cosa per cui è stato chiesto anche l’aiuto di dottori per comprendere come lo avrebbe vissuto Hannah) senza distogliere lo sguardo dalla brutalità e dalla sofferenza che un simile atto comporta. Non è una scena facile da guardare, per niente; io ammetto di essermi voltata e commossa. Non c’è nulla di esteticamente bello o romantico e proprio questa crudezza nel metterlo in scena fa venir meno il pericolo paventato da molti di rendere romantica l’idea del suicidio.

Forse questo rischio nasce nelle puntate precedenti, quando è difficile comprendere cosa voglia ottenere Hannah con quei nastri. La ragazza è morta, nulla può cambiare questo fatto, eppure quel tirare fuori tutta la scomoda verità altrui a tratti dà la sensazione di scadere nella vendetta; le cose non andavano come voleva lei e allora “Welcome to your tape”. Poi però Hannah registra le cassette e lo fa per sé, per tirare fuori tutto e l’effetto che ne ottiene è quasi catartico, tanto che si dà un’ultima chance di andare avanti. Il fallimento con Mr Porter le spiana la strada verso il suicidio ormai percepito come inevitabile. E alla fine il gesto in sé è doloroso ed efferato, vediamo solo la sofferenza fisica ed emotiva di Hannah, tutto il resto è cancellato.

La rappresentazione dello stupro segue lo stesso stile: assistiamo all’atto nella sua mera violenza, senza alcun tratto di sessualità. La violenza fisica è ciò che svuota Hannah, il climax di tutto quel che ha subìto, eppure la fine definitiva per lei viene sancita dopo, dal colloquio con il consulente scolastico. Hannah lì prova a chiedere aiuto, ma l’impreparazione che trova dall’altra parte la blocca. Mr Porter non può prometterle che non dovrà mai più vedere il suo stupratore, però anziché stare dalla sua parte, la interroga come un detective, mette in dubbio il suo ruolo di vittima. Non abbiamo mai la sensazione che il consulente sia una cattiva persona, lo vediamo molto combattuto nei vari episodi, eppure alla fine incarna quella paura propria di ogni donna vittima di violenza, ossia quella di non essere creduta o che ciò che ha subìto venga sminuito.

[Credits to Netflix]

Tredici episodi non sono troppi?

Tredici ragioni, tredici episodi, idea efficace sul piano promozionale, meno nei fatti. Devo dire che fino all’episodio 9 ho fatto veramente fatica ad andare avanti: sia la serie che le singole puntate sono davvero lente. Se lo scopo era quello di farci provare lo stesso lento patimento provato dalla protagonista con l’accumularsi dei vari misfatti, ci sono riusciti. Clay impiega un’eternità per ascoltare i nastri e perde tempo a fare domande a destra e a manca ingrandendo sempre di più il bersaglio puntato su di lui dalla cospirazione degli altri nominati. Inoltre lo svolgersi degli eventi di alcuni episodi è piuttosto prevedibile sin dalle prime battute, proponendoci delle tipiche storie da teen drama o da tv movie di Lifetime. Perché quindi puntate da quasi un’ora?

Seriously?

Se la scena di Clay e Bryce pecca di credibilità (seriamente questo confessa senza farsi venire un minimo dubbio?), posso sforzarmi di dare più credito all’accanimento della Liberty High contro Hannah Baker. Però davvero capitano tutte a lei! Un conto è venire presa di mira dal gruppo in cima alla piramide del liceo, ma lei diventa vittima pure dello stalker/fotografo e della perfettina Courtney e finisce incolpevolmente al centro di un incidente. Nemmeno un liceale della Sunnydale High di Buffy che era situata sulla Bocca dell’Inferno ne ha subite tante!

Passato e presente

Poco realistico anche il cerotto di Clay che ci permetteva facilmente di distinguere tra passato e presente; ad un certo punto la faccia pesta di Alex guarisce più in fretta del suo taglietto e allora gli spaccano di nuovo la fronte. In realtà avremmo potuto barcamenarci tra i due tempi anche grazie all’apprezzabile scelta di rappresentare con un differente bilanciamento della luce i due momenti: il passato con Hannah è più luminoso e caldo, mentre il presente senza di lei è grigio e freddo. Questo rientra senza dubbio fra i punti forti dello show e ad esso si aggiunge l’abilità della regia nell’accorpare i flashback di Hannah con il presente di Clay, facendo percepire a quest’ultimo la vicinanza della ragazza e le emozioni che stava vivendo e regalandoci delle scene intime e toccanti senza mai scadere nell’eccesso.

Sul piano della recitazione il plauso fa sicuramente alla coppia Katherine Langford e Dylan Minnette, ai quali hanno giovato anche i dialoghi più brillanti di cui sono stati protagonisti. Una menzione speciale va a Kate Walsh, che nel ruolo della madre di Hannah è stata eccezionale (e lo dice una che non ha mai tifato Addison in Grey’s Anatomy).

[Credits to Netflix]

La seconda stagione

È di pochi giorni fa la notizia che Thirteen Reasons Why avrà una seconda stagione. Lo show era nato come una miniserie ed è legittimo domandarsi se il rinnovo non sia dovuto al successo ottenuto piuttosto che all’opportunità di un proseguimento della storia. È vero, ci sono dei punti che non sono stati esplorati, ma è necessario? 13 è la storia di Hannah, quella che lei ci ha voluto raccontare, cosa aggiungerebbe scoprire il destino di Alex e Tyler, il passato di Clay o le conseguenze delle testimonianze dei ragazzi? Di certo Hannah non potrebbe più narrarci nulla, i nastri sono finiti e seguire le altre vicende oppure l’eventuale processo per la morte della ragazza, andrebbe a snaturare quello che è stato il punto vincente della serie, ossia il racconto di Hannah.

Quelli che potrebbero essere considerati spunti per una nuova stagione, sono in realtà perfettamente adeguati alla conclusione dello show. Alex e Tyler sono la prova che nonostante la volontà manifestata alla fine da Clay – “It has to get better, the way we treat each other and look out for each other. It has to get better somehow” – non sempre possiamo renderci pienamente conto di quanto stia male chi ci è accanto. Possiamo provarci, soprattutto provare a parlarne. E forse è questo l’aspetto più importante dello show, permette di discutere nel bene e nel male, senza filtri e fronzoli, di argomenti delicati e controversi. In questo senso anche le critiche che ha fatto sorgere aiutano, non nel senso di vietarne la discussione o la visione, ma esattamente il contrario. A tale proposito Netflix ha prodotto un documentario – 13 Reasons Why: Beyond the Reasons – in cui cast e crew discutono del dietro le quinte, dei messaggi e dei dibattiti sorti dallo show.

Voto alla serie: ♥♥♥ 13 lunghi episodi e ancora mi domando perché Tony si vestisse da Danny Zuko

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