A look at: Gomorra – La Serie – by R. ed S.

gomorralocandina

Il collettivo entusiasmo per Gomorra e gli ascolti record che ha raggiunto rendono difficile ignorare l’argomento, ma a spingerci alla pubblicazione di questo post sono stati soprattutto i commenti di critici e spettatori, che hanno osannato la serie come fosse un capolavoro senza precedenti. Ecco, ci permettiamo di dissentire. Su tutta la linea.

È nel contenuto e nell’impostazione della serie nel suo complesso che risiedono molti dei motivi per cui, al contrario di quello che tutti affermano e pur non avendo nulla a che fare con produzioni del calibro di L’onore e il rispetto, Gomorra è ben lontana dal livello qualitativo delle serie tv d’oltreoceano. A chi dichiarava la sua preoccupazione che una serie del genere potesse idolatrare comportamenti che andrebbero piuttosto condannati, cast&crew hanno risposto che no, non è proprio questo il caso, perchè in Gomorra “i cattivi” non vengono idealizzati, non c’è alcun rischio di suscitare empatia. Non so se sia più insensata la preoccupazione di condonare i comportamenti descritti o la risposta che è stata data. Per quanto riguarda la prima, non è necessario sprecare molte parole, dato che probabilmente proviene dagli stessi che guardano le fiction Rai, censurano Game Of Thrones e darebbero il via ad una rivolta popolare se, che so, Dexter venisse tramesso in prima serata. La risposta, invece, racchiude il problema principale di questa serie: proprio quella mancanza di empatia di cui gli autori si vantano, per dare una giustificazione morale ai fatti che raccontano, è il principale motivo del fallimento di Gomorra, se considerata come una serie tv di alto livello. Se la semplice curiosità di vedere cosa succederà può essere ciò che spinge lo spettatore a seguire le vicende dei personaggi, magari mentre stira/mangia/dà da mangiare al gatto, per portarlo al livello di “come-faccio-a-continuare-a-vivere-normalmente-dopo-aver-visto-queste-cose?” ci vuole ben altro: ci vuole quell’empatia che qui è stata volutamente evitata, quel coinvolgimento che ti fa tifare per i protagonisti, che ti fa pendere dalle loro labbra in attesa di scoprire cosa faranno. Se guardando i Soprano si incontrano personaggi a tutto tondo, in Gomorra si incontrano figure stereotipate e monodimensionali; ai primi ci si affeziona, perchè vengono presentati come uomini, allo stesso tempo padri, mariti, amici e anche mafiosi, mentre i secondi sono camorristi e basta. I membri della famiglia Savastano fanno quello che fanno e la cosa finisce lì, non c’è attenzione per le loro motivazioni, tanto meno c’è alcun conflitto interiore o alcuna autoanalisi: non c’è nulla che possa condurre lo spettatore lungo il tortuoso processo decisionale di ogni personaggio prima che vada ad ammazzare qualcuno, e la conseguenza è che il personaggio non viene mai capito, c’è un’incolmabile distanza tra chi guarda e i protagonisti, distanza che rende impossibile considerare quegli uomini qualcosa di più e di diverso che dei meri malavitosi. Prova di ciò è la cosiddetta evoluzione di Gennaro Savastano, da tutti lodata ed ammirata ma che in realtà è solo tanto fumo negli occhi: Genny, infatti, non si è evoluto in alcun senso, semplicemente prima è un bambino viziato, ad un certo punto scompare per un po’, affronta delle avversità che gli spettatori non vedono e dopo torna a casa dimagrito e con un carattere completamente diverso. Ora, non credo ci sia bisogno di essere dei navigati autori televisivi per capire che questa non è un’evoluzione, piuttosto è un triste escamotage per dare modo a Gennarino nostro di fare qualcosa di nuovo; lo metterei al pari della resurrezione di Taylor in Beautiful, c’era bisogno di introdurla nella trama e ce l’hanno messa, senza porsi troppe domande. Con questi presupposti, la serie si riduce ad un ammasso di personaggi insignificanti e ad una mera cronaca di eventi brutali, con qualche tradimento qua e là, con quel tono di denuncia sempre latente, derivante proprio dal taglio distaccato della narrazione. È per questi motivi che Gomorra può essere al massimo un buon documentario, ma fallisce miseramente come serie tv.

cirogenny

Se questo non bastasse, a lasciare perplessi è anche il cosiddetto “realismo italiano” (cit. della nostra lettrice Chiara): colori scuri, tristi e personaggi che parlano con le facce appiccicate l’una all’altra che sembra sempre stiano per baciarsi e, soprattutto, parlano sempre bisbigliando: Margherita Buy ha fatto scuola, e ormai se uno vuole darsi l’aria da attore serio deve per forza bisbigliare, con lo spettatore che impreca perchè va bene che parli una lingua che capisce solo il 3,5% della popolazione italiana, ma almeno fammi sentire cosa dici, ecchecavolo. L’ambientazione in paesaggi desolati, ignorando completamente le bellezze della zona, è stata una scelta intenzionale e ponderata (come ci hanno raccontato negli interminabili speciali su Sky Atlantic), ma forse si sono dimenticati che anche i paesaggi desolati possono essere affascinanti; perchè mai dovrei pagare l’abbonamento di Sky per vedere quella che sembra tale e quale la campagna abbandonata dietro casa mia? Rientrano perfettamente in questo quadro deprimente anche i costumi: se in Mad Men vediamo l’abbigliamento studiato con attenzione per ogni personaggio, e lo vediamo cambiare rispecchiando i mutamenti interiori di chi lo indossa, qui l’abbigliamento sembra quello delle recite scolastiche alla mia scuola elementare, quando ci facevano usare i vecchi vestiti che si trovavano in casa. La suspence e la tensione, invece, sono concetti ignoti ad attori ed autori di Gomorra: le morti si susseguono l’un l’altra sempre uguali, che si tratti di un ragazzino qualunque, di un traditore o della moglie del boss; i colpi di scena sono assolutamente inesistenti, tutto è prevedibile e nulla sorprende; non ci sarà la contrapposizione camorrista cattivo / poliziotto buono tipica di certe fiction, ma non è che siamo molto lontani. Persino lo scontro finale tra i due ex amici, che avrebbe dovuto essere il culmine della crescente tensione tra i due, la finale resa dei conti, si risolve in una tristissima sparatoria in un asilo di paese, una scena che sembra la parodia di un telefilm serio. Di certo non sorprendono nemmeno le scene di violenza, il cui scopo doveva essere quello di mandare in onda immagini crude, qualcosa di innovativo per la televisione italiana; la cosa più impressionante che si sia vista è stato Ciro che strappava l’orecchino a una ragazzina (successivamente torturata e bruciata, ma questo mica ce l’hanno fatto vedere), quindi mi sembra doveroso far presente a chi di dovere che lo spettatore medio è abituato a ben altro: per capirci, la cosa più soft che lo spettatore medio ha visto nell’ultimo anno è stato il Red Wedding, un orecchino strappato ormai pare quasi una carezza.

ecco, questo è il nostro pane quotidiano
ecco, questo è il nostro pane quotidiano

L’origine di Gomorra è l’omonimo libro di Roberto Saviano, cui è seguito il film; la trasformazione in una serie tv era davvero così fondamentale? Non si poteva pensare a un altro prodotto, magari originale e magari (ma proprio magari) non attinente alla malavita? Basta uno sguardo veloce alle produzione italiche per notare che la criminalità organizzata, declinata nelle sue varie forme, è il tema ricorrente: ogni anno non c’è scampo. Poi ci si sorprende se vengono trasmesse tante serie straniere (non solo statunitensi), mentre da parte nostra non c’è altrettanta esportazione: il motivo mi sembra evidente. Questo è un argomento tipicamente italiano, con cui veniamo purtroppo identificati in tutto il mondo – le serie americane ne danno spesso un chiaro esempio – e che difficilmente può attecchire in altri territori. Gli show stranieri, pur con dei dettagli propri del Paese di appartenenza, affrontano temi comuni, che possono coinvolgere ognuno di noi e che quindi sono “esportabili”. Qui invece continuiamo ad impantanarci in storie provinciali, sottolineate ulteriormente dall’utilizzo di un linguaggio dialettale che rende il pubblico di riferimento ancora più ristretto. Se anche si riuscisse a vendere una serie di questo tipo al di là dei confini italiani, il risultato sarebbe solo quello di rafforzare un’immagine che già è fin troppo diffusa e di cui è inutile fare i finti meravigliati solo quando si manifesta nelle prese in giro degli stranieri durante i campionati di calcio (tanto scandalo quando prima di Italia-Germania nel 2006 le prime pagine dei quotidiani tedeschi ci chiamavano “Pizza e mafia”).

Gomorra è stata trasmessa ogni martedì su Sky Atlantic con ben 2 episodi e repliche quasi immediate su Sky Cinema; in pratica non potevi accendere il decoder senza incappare in almeno una scena. Questa sovraesposizione era veramente necessaria (considerando che c’è pure l’on demand)? È la stessa situazione che si è creata da gennaio sulle reti Mediaset per la telenovela spagnola Il Segreto: gli ascolti aumentano e allora giù con messa in onda su più canali, repliche continue, doppi se non tripli episodi, attori in ogni dove, impedendo a qualsiasi telespettatore di poterla evitare. Mi sorprendo che ancora non ci sia stato l’effetto overdose, che non viene mai tenuto presente dagli addetti alla programmazione. Un’altra differenza abissale con le serie d’oltreoceano, dove il doppio episodio è un evento eccezionale, riservato a momenti topici (season première o season finale), non viene regalato ogni settimana giusto per assicurarsi di battere le reti rivali. Gli show made in USA sono trasmessi episodio per episodio, con repliche spalmate intelligentemente nel corso di una settimana per permettere allo spettatore di assimilare quanto accaduto ed essere pronto ad andare avanti. Per quanto l’idea di un doppio episodio di Game of Thrones sia allettante, si comprende benissimo che sarebbe troppo: in Italia fino all’anno scorso Sky Cinema ha seguito l’andazzo italico dei due episodi, il che ha significato non fare in tempo a riprendersi dal Red Wedding che già c’era il finale. E’ evidente che non è fattibile, a meno che non si prediliga una visione meramente superficiale, in pratica come se si guardasse il Grande Fratello! Senza contare che doppia puntata comporta anche che il prodotto (“di grande successo”) termina inevitabilmente prima: Gomorra con i suoi 12 episodi avebbe potuto occupare altrettante settimane, invece si è conclusa in un mese e mezzo! Non credo occorra essere delle menti superiori per capire che più dura la messa in onda più aumenta il relativo profitto.

Appena il tempo che il finale si possa concludere e già viene annunciato che ci sarà una seconda stagione. Per gli spettatori dovrebbe essere una notizia positiva, peccato che per prendere la relativa decisione si aspetti come sempre di essere sicuri che un prodotto abbia pieno successo fino all’ultimo secondo, altrimenti col cavolo che si mettono a produrre. Con le serie americane i rinnovi avvengono prima che la stagione in corso finisca, per alcune addirittura dopo la season première, permettendo così che gli autori sappiano quando iniziare a scrivere e i fan conoscano con certezza il periodo in cui i loro personaggi preferiti torneranno a fargli compagnia. La serie diventa così un appuntamento annuale fisso e permette allo spettatore di aumentare quel grado di fidelizzazione che è fondamentale per la lunga vita di uno show. In Italia questa programmazione è solo un’utopia: una fiction fa grandi ascolti, ma la conferma e la conseguente produzione arrivano dopo, costringendo gli spettatori ad attendere una data indefinita per la stagione successiva; nel frattempo ci si è già dimenticati i nomi dei protagonisti! Per prendere ad esempio un’altra produzione Sky basta pensare a Romanzo Criminale, andato in onda per la prima volta nel novembre 2008, mentre per la seconda serie si è dovuto aspettare ben 2 anni (novembre 2010). E le rare occasioni in cui si è cercato di cavalcare l’onda accelerando la realizzazione di un prodotto i risultati sono stati mediocri, non potrò scordare a questo proposito la seconda stagione della fiction Benvenuti a Tavola, che ha rovinato ogni cosa buona della prima (e infatti gli ascolti sono crollati).

La conclusione di tutte queste osservazioni è che di Gomorra non si salva niente. L’argomento non è affatto originale, ma avrebbero almeno potuto sforzarsi di raccontarcelo davvero dall’interno, di rendercene parte, invece le menti impegnate e intellettuali che l’hanno creata non hanno saputo resistere alla tentazione di salire in cattedra e farci la morale; ciliegina sulla torta i cosiddetti critici ed esperti, che hanno lodato la serie ancora prima di vederla e senza alcuno spirito critico dopo averla vista, perchè da bravi provinciali radical chic se una cosa è seria e impegnata, e se parla di argomenti rilevanti come la mafia, allora è per forza bellissima. Gossip Girl non è per niente serio e per niente un capolavoro, ma rispetto a Gomorra meriterebbe l’Emmy come miglior serie drammatica. La ridicola programmazione decisa da Sky, che pure millanta di fare delle serie tv la sua punta di diamante, ha dato il colpo di grazia ad un prodotto che non aveva nessuno dei requisiti necessari per essere trattato come fosse un capolavoro. Evidentemente però loro sono proprio convinti di aver creato un’opera d’arte: in un’intervista a Repubblica, Marco D’Amore (interprete di Ciro) ha sottolineato che “Barack Obama manda un tweet a Kevin Spacey per congratularsi per House of cards, in Italia non c’è un politico locale che abbia detto una parola, d’altronde da noi non c’è uno che legga libri”; i politici potranno anche essere ignoranti, ma paragonare Gomorra ad House of Cards dovrebbe essere inserito nel codice penale come figura di reato.

Facebooktwittergoogle_pluspinteresttumblrFacebooktwittergoogle_pluspinteresttumblr

3 pensieri su “A look at: Gomorra – La Serie – by R. ed S.

  1. sono assolutamente d’accordo con quello che ho appena letto.
    le setie tv italiane si riconoscono per la noia, la ripetitivitàe la povertà delle sceneggiature.
    non riusciamo a uscire dall’ovvio; ed, inoltre, le nostre fiction devono essere sempre ‘educative’.
    hanno tutte in sovraimpressione una frase ‘ attento che vogliamo dirti cosa è bene e cosa è male, devi simpatizzare col buono e disprezzare il cattivo’.
    Direi che autori e sceneggiatori hanno una ben misera idea dello spettatore medio: un minus habens che non è capace di individuare da se le linee morali di una storia, incapace di seguire una trama complessa e su più livelli.
    Ma veramente credono che le serie americane siano seguite solo da dolescenti , o al massimo trentenni?
    Ma dove vivono?
    Le nostre fiction si riconoscom
    no dalla prima inquadratura per una certa opacità della fotografia e una certa staticità degli ‘attori’.
    Le gfirano come se fossimo negli anni 50 del 900 e non nel 2014;
    e negli anni 50 il nostro cinema ha prodotto fior di film: non siamo capaci di andare oltre, ci crogioliamo nel quanto siamo bravi e, come la nazionale di calcio, affondiamo ogni giorno di più.
    il ns cinema, la ns tv, la ns letteratura non fanno altro che analizzare, scrutare sezioonare il proprio ombelico, incapaci di parlare a un umano che viva al di la delle alpi e, nel frattempo, il mondo galoppa lontano da noi.
    Mai un guizzo di fantasia, una idea originale: agiografie, o l’occhio sulla realtà(solo mafia camorra e affini), ma senza alcuna originalità
    I soprano sono stati un grande affresco del potere mafioso, non siamo così deficienti da non capire che erano delinquenti, ma l’ora di trasmissione era coinvolgente, palpitavi, tifavi per i personaggi, volevi sapere che succedeva dopo;
    durante la trasmissione di una fiction italaina lasci solo scorrere il tempo nell attesa di andare a dormire;
    o la tieni come rumore di sottofondo mentre ti leggi un libro, non di autore italiano se no ti deprimi ancor di più

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *