A look at: The Normal Heart – by R. ed S.

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Ryan Murphy ci ha ormai abituati al suo genio e alla sua schizofrenia: il primo perchè spazia tra generi praticamente agli antipodi, il secondo perchè la sua mente è in grado di ideare e dare alla luce, allo stesso tempo, sia capolavori della televisione sia prodotti inguardabili come la quarta stagione di Glee. The Normal Heart (di cui Murphy è regista e, insieme a Brad Pitt, anche produttore) tende sicuramente più verso la prima categoria: un film crudo e toccante, drammatico a dir poco, su un tema inspiegabilmente ancora un po’ tabù. Gli ascolti raggiunti durante le due messe in onda sull’HBO (un totale di 1,4 milioni di spettatori) confermano l’interesse del pubblico, sicuramente ancora vivo anche grazie al recente Dallas Buyers Club, e pienamente soddisfatto dalla bellissima sceneggiatura di Larry Kramer, a cui dà voce un cast davvero notevole.

Ed è proprio sul cast che questa recensione sarà sicuramente una voce fuori dal coro: da ogni dove piovono lodi e parole di elogio per Matt Bomer (interprete del giornalista Felix Turner) ma, onestamente, mi permetto di dissentire. Una delle scene per cui ha ricevuto molti complimenti è stata quella in cui Felix e Ned si chiedono, reciprocamente, “if I had it, would you leave me?”: secondo TvLine, per esempio, in quel momento negli occhi di Felix si legge puro terrore (di essere lasciato), a cui si uniscono vergogna e disperazione poco dopo, quando rivela a Ned di essere ammalato. Ora, adoro Matt Bomer e rinnoverei White Collar fino alla decima stagione solo per vedere ancora Neal Caffrey, ma non posso attribuirgli meriti che non ha: in quella scena non si legge proprio nulla di particolare nei suoi occhi; è un momento molto triste ed è difficile resistere alle lacrime, è una buona performance, ma nulla di più; ha lo sguardo triste, ma da qui ad una nomination agli Emmy la strada è molto lunga. La scena in cui Ned mette Felix nella doccia, altro momento spesso citato come prova della bravura di Bomer, è una scena straziante, una di quelle difficili da dimenticare, ma non è una prova di grande talento recitativo: secondo questo standard, allora, bisognerebbe premiare ogni bambino triste e denutrito mai apparso in qualsiasi film sull’olocausto.

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Nella seconda parte del film, appunto, subentra il fattore “perdita di peso”, e qui la critica ha gioco facile: è irriconoscibile, che grande trasformazione, è davvero bravissimo. Questo è ormai lo schema tipico delle reazioni dei critici cinematografici, capitanati dalla commissione degli Oscar. Gli esempi sono innumerevoli, cito i più recenti per comodità: Anne Hataway in Les Misérables e Matthew McConaughey in Dallas Buyers Club; la meravigliosa recitazione è, sempre e comunque, ricollegata alla perdita di peso, al dimagrimento estremo, al rendere il proprio corpo irriconoscibile. Mi sembra un atteggiamento piuttosto ipocrita, o quanto meno non quello che mi aspetterei dai cosiddetti esperti del settore: dimagrire non vuol dire recitare. La teoria è ulteriormente confermata dai commenti ricevuti da Steve Carrell per la sua interpretazione in Foxcatcher, che ha appena debuttato a Cannes: dopo la prima del film è stata ufficialmente dichiarata aperta la stagione degli Oscar 2015, con Carrell con una nomination praticamente già in tasca perchè, guarda un po’, ha subito una grande trasformazione fisica e non sembra lui. Non metto in dubbio che abbia fatto un buon lavoro come attore ma, ancora una volta, quello che tutti notano e su cui si soffermano è l’apparenza, senza mai riuscire ad andare oltre (non è un caso che in molti suggeriscano che DiCaprio dovrebbe usare questa tecnica per riuscire, finalmente, a vincere l’Oscar che si merita!).

Il personaggio di Matt Bomer, inoltre, risente del fatto di essere sempre accompagnato dal fidanzato Ned, interpretato da Mark Ruffalo, che è bravissimo perchè riesce a rendere il protagonista veramente odioso. Ned è così insopportabile e fastidioso e antipatico che tutti intorno a lui muoiono ma per lo spettatore (almeno, per me) è quasi difficile dispiacersi per lui; nonostante la nobiltà delle sue idee, e nonostante avesse tutte le ragioni del mondo nei suoi interminabili monologhi pieni di rabbia, ogni volta che ha litigato con i suoi amici ho sperato che lo prendessero a pugni e lo sbattessero fuori, così almeno avrebbero potuto lavorare in pace. Nota a margine: quando, durante la visita di Ned, compare Peter Russo Corey Stoll alla Casa Bianca anche voi vi aspettavate che entrasse Kevin Spacey da un momento all’altro?!

Altre interpretazioni lodevoli sono quella di Julia Roberts, che trasmette benissimo la frustrazione di non essere presa sul serio, di non essere considerata pur sapendo che il suo lavoro è di estrema importanza, quella di Taylor Kitsch (sto ancora piangendo per il suo racconto del ritorno a casa di Albert) e, soprattutto, quella di Joe Mantello: il monologo/crisi isterica di Mickey riassume perfettamente tutte le sensazioni che pervadono l’intero film: la disperazione, la paura di chi pensava di aver sconfitto ogni nemico, pensava di essere finalmente libero e, invece, si ritrova a morire, all’improvviso e inspiegabilmente; non c’è una cura, non c’è nessuno che li ascolti, sono soli, abbandonati, umiliati, e non fanno che morire.

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Un po’ più difficile, invece, valutare l’interpretazione di Jim Parsons: non che non sia bravo, ma sembra che soffra della simbiosi con Sheldon Cooper. Come tutti gli attori di serie televisive, soprattutto quelle molto amate dal pubblico e che vanno in onda per tanti anni, è molto complesso trovare una nuova dimensione, una nuova identità lontano dal personaggio a cui hanno a lungo prestato il volto. Nel caso di Jim Parsons è ancora più complicato: oltre alle peculiarità caratteriali, Sheldon ha anche delle caratteristiche fisiche molto marcate, dall’inclinazione della voce, alla gestualità alle espressioni facciali; tutti questi elementi non possono che essere identificati con la mimica di Jim Parsons, da cui sono ormai indistinguibili. In The Normal Heart non aiuta il fatto che anche l’abbigliamento ricordi, in parte, quello che vediamo in The Big Bang Theory (per esempio quelle giacche che, appunto, si indossavano solo negli anni ’80, e la borsa a tracolla). Conoscendo (e adorando) Jim Parsons come il Dr. Cooper da ormai 7 anni che sia inevitabilmente complesso riuscire a distinguerlo da Sheldon è un dato di fatto. Forse sarebbe d’aiuto fargli interpretare un personaggio completamente diverso, un personaggio non secondario, meno timido, in definitiva completamente distante da quello a cui siamo abituati. Perché sulla bravura di Jim Parsons non ci sono dubbi, ma qui spicca solo in poche scene, ad esempio quella del monologo al funerale, intenso e commovente; qui con la modulazione della voce e il volto contratto accompagna perfettamente il crescendo di emozioni provate dal personaggio, dimostrando che è in grado di calarsi anche in altri ruoli ed essere pienamente credibile.

Nel complesso, The Normal Heart merita tutte le recensioni positive che ha ricevuto: molto più che un film di denuncia o un racconto dell’epidemia di AIDS che colpì negli anni ’80, è un film toccante che racconta il dolore di chi si trova, solo, a combattere un nemico sconosciuto e apparentemente invincibile; una declinazione della sofferenza umana accompagnata da immagini crude e vivide, a cui è impossibile restare indifferenti. Quindi, magari, non fate come me ed evitate di guardarlo all’una di notte prima di andare a dormire!

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2 pensieri su “A look at: The Normal Heart – by R. ed S.

  1. Con tutto il rispetto non hai capito proprio niente. L’interpretazione di Matt Bomer è a livelli stratosferici. Le sue sfumature vanno al di là del dimagrimento. È facile risultare bravi quando si hanno monologhi strappalacrime. Il suo personaggio non aveva questi monologhi, ma era giocato tutto sulle sfumature. Meriterebbe l’Oscar. La cosa più triste che tu parli di AIDS e olocausto con tanta superficialità. QUANDO SI È IGNORANTI MEGLIO ASTENERSI.

    1. Matt Bomer è stato bravo, ma come sempre gli addetti ai lavori si concentrano più sulla perdita di peso che sulla recitazione. Quando c’è una trasformazione di questo tipo nessuno valuta mai se la performance è stata buona (o no) a prescindere, è un atteggiamento un po’ superficiale, soprattutto da parte di quelli che dovrebbero essere i più esperti.

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