Big Little Lies – Recensione by S.

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Siamo solo ad aprile e il 2017 ci ha già regalato una delle serie tv migliori, sotto molti profili, degli ultimi anni; Big Little Lies, sette episodi andati in onda tra febbraio e aprile su HBO, è senz’altro il fenomeno del momento, già in odore di Emmy.

Basata sull’omonimo romanzo di Liane Moriarty e creata da David E. Kelley (Ally McBeal e Boston Legal tra i suoi lavori), la serie eccelle sotto diversi punti di vista: dal cast alla regia, dai dialoghi alla fotografia è molto difficile trovarle qualche difetto. Le cose da dire sono moltissime, conviene allora iniziare dalle più semplici: prima fra tutte, la trama. Ad uno sguardo distratto, si può avere l’impressione di trovarsi davanti all’ennesima serie stile soap-opera su un gruppo di donne ricche e annoiate; una versione più drama di Desperate Housewives, che segue quattro nemiche-amiche e le loro vite nell’opulenta Monterey, lontanissime dalla nostra realtà, tra frecciatine al vetriolo e finti sorrisi. E invece niente potrebbe essere più sbagliato. Tanto le vite delle protagoniste sono patinate e privilegiate quanto i loro problemi sono, in fondo, gli stessi di tutti: le “big little lies” sono, all’inizio, i sorrisi falsi che nascondo invidia nell’eterna lotta tra madri casalinghe e madri in carriera ma, proseguendo nella visione, assumono una valenza più generale, quasi universale, finendo per riferirsi sia alle dichiarazioni rese alla polizia nel finale di stagione sia alle relazioni umane nel loro complesso.

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La narrazione è frammentata, sin dal primo episodio ci viene detto che qualcuno è morto durante una festa, che però non vedremo fino al finale; questo modo di presentare la vicenda è significativo: l’omicidio viene presentato come evento principale, fulcro di tutta la narrazione, ed in effetti da un lato permane sempre la curiosità di sapere chi è morto e chi è l’assassino; dall’altro, però, le storyline delle protagoniste vivono di vita propria, sembrano già compiute di per sé pur senza giocarsi la carta di un evento clou come un omicidio; il morto misterioso serve solo come pretesto per farci assistere alle affascinanti dinamiche dei rapporti tra le protagoniste. Madeline e le sue amiche affrontano temi universali ed importanti, dal divorzio alla mancanza di passione nel matrimonio, dalla violenza domestica al non sentirsi realizzate solo come madri, non usano mai un tono troppo serioso ma scavano a fondo in quegli argomenti, ci presentano le difficoltà che le donne, a prescindere dalla loro classe sociale, affrontano nell’attuale società: essere la madre migliore, la moglie migliore, sempre giovani, in forma, con la casa più bella, organizzare le feste migliori ed averla sempre vinta. Il nesso tra le vite delle protagoniste e l’omicidio finale ci viene sempre ricordato interrompendo il flusso della narrazione per inserire le scene degli interrogatori della polizia: solo così ci ricordiamo che tutto quello a cui assistiamo nei primi sei episodi è destinato a culminare in quel delitto.

Questa tecnica è rilevante sotto altri due profili: ciò che vediamo degli interrogatori sono commenti, in genere poco carini, sugli altri personaggi coinvolti, sembrano quasi i tipici commenti da pettegola di paese; osservazioni e interpretazioni personali che rendono giganteschi minuscoli dettagli, giudizi affrettati e battute taglienti: ancora una volta, piccole innocenti bugie, che però sono la cornice di un omicidio. L’altro motivo per cui vale la pena soffermarsi sulle scene degli interrogatori è più tecnico: sono inserite all’interno della narrazione principale quasi ne fossero un commento, avvicinando la serie più che altro allo stile di un documentario; sembra di seguire la cronaca della vita delle donne di Monterey aiutati dal commento degli esperti super partes. Questo stile quasi documentaristico è la firma del regista Jean-Marc Vallée (Wild, con l’ottima performance proprio di Reese Witherspoon), e si ritrova anche in altri frangenti: il più significativo di tutti è quello della terapia di coppia a cui si sottopongono Celeste (Nicole Kidman) e Perry (Alexander Skarsgård); le scene sono particolarmente lunghe, piene di silenzi e sguardi, tanto da sembrare quasi scene in tempo reale, senza che sia intervenuto nessun montaggio e nessuna post-produzione.

La mano di Jean-Marc Vallée si riconosce anche in altri dettagli, ed è soprattutto grazie a lui che prende forma la principale caratterizzazione di questa serie: i colori sono sempre soffusi, i toni mai urlati, i paesaggi vasti e incontaminati; eppure, la sensazione che l’ambientazione trasmette non è quella di quiete e di serenità, ma quella di irrequietezza e suspense. In contrapposizione a tutti quegli elementi, infatti, c’è l’oceano, inquadrato spesso e sin dalla sigla di apertura, che non è calmo e invitante in stile The O.C. ma è violento e impetuoso; non è color blu profondo ma è grigio e schiumoso, misterioso e violento. Le ville maestose dei protagonisti (con l’eccezione di Jane) dovrebbero simboleggiare la perfezione delle loro vite, ma affacciandosi su quell’oceano e circondate da una natura più impervia che accogliente, ci permettono già di intuire che le cose non stanno esattamente come sembrano.

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L’altro fiore all’occhiello di BLL è il suo fenomenale cast: Reese Witherspoon (Madeline), Nicole Kidman (Celeste), Shailene Woodley (Jane), Zoe Kravitz (Bonnie) e Laura Dern (Renata) danno vita ai loro personaggi con maestria, tanto nelle performance individuali quanto nelle dinamiche l’una con l’altra. Reese Witherspoon è quella che colpisce lo spettatore più in fretta, anche grazie al carattere esplosivo della sua Madeline: entra in scena a gamba tesa, ha la lingua più tagliente della costa occidentale (“Renata, Jane is not a nanny. She’s just young … like you used to be”) e si impiccia in qualsiasi questione dando per scontato di averne il diritto, a volte causando più danni che benefici. Ma diventa presto evidente che la qualità non deriva solo da Madeline ma anche dalla stessa Witherspoon; la critica è unanime nel definire questa una delle migliori (se non la migliore) delle sue performance: il suo accento, la sua mimica facciale e i suoi tempi rendono stratificato un personaggio che avrebbe facilmente potuto essere piatto e stereotipato; Madeline è iperattiva e invadente, a tratti prepotente, ma ha anche molte insicurezze e tanti dubbi; Reese riesce a trasmettere tutte queste caratteristiche, e questo lo si deve anche alla sua lunga carriera: mentre Hollywood punta sempre di più su attrici sempre più giovani, Reese Witherspoon, a 40 anni, ci dà una lezione su quanto invece conti l’esperienza: è impossibile guardarla e non pensare all’evoluzione che ha compiuto da Elle Woods a Madeline Mackenzie, la sua punta di diamante.

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Ma se Madeline è quella che, con il suo modo di fare, ci colpisce subito, Celeste (Nicole Kidman) è quella che lentamente dallo sfondo passa al primo piano, catturando la nostra attenzione in modo quasi ipnotico. Non è un caso che sia già data tra le favorite per un Emmy (la nomination la diamo già per scontata): da quando la vediamo nella prima scena c’è qualcosa in lei che affascina lo spettatore, sicuramente messo in allerta dall’idilliaca storia d’amore con il marito Perry (Alexander Skarsgård), ma quando si entra nel vivo della violenza che pervade il loro rapporto siamo già tutti in adorazione di Nicole. I dialoghi con Perry sono conversazioni quasi banali che però, in quel contesto, nascondo minacce e promesse di violenza; non è facile far percepire la paura da una frase come “portiamo i bambini a scuola“, detta con il sorriso sulle labbra in una bella camera da letto; ma basta un lampo nello sguardo di Nicole per sentire la tensione che si è subito creata, basta un movimento impercettibile del suo viso. Le scene migliori sono senz’altro quelle della terapia di coppia, in particolare quella in cui Celeste, durante una seduta senza Perry, prima nega e dopo, lentamente, arriva ad ammettere che suo marito è un violento: non ci sono grandi dialoghi o grandi manifestazioni di shock, c’è solo lei, seduta su un divano; è schiva, incalzata dalla terapista (Robin Weigert) nega, ricorda i lati positivi di Perry, incolpa se stessa; ma dopo, pressata, con uno sguardo e una lacrima ammette che sì, teme per la sua vita, lo capiamo, senza che dica una parola, da come china la testa e da come il suo corpo sembra cedere sotto un’invisibile pressione. Un’altra scena degna di nota è quella nella macchina di Madeline dopo che le due amiche hanno convinto il sindaco a non bloccare la rappresentazione di “Avenue Q“: Celeste ha, per pochi minuti, rivestito i panni dell’avvocato, a cui aveva rinunciato per la gelosia di Perry, e si rende conto di quanto le manchi lavorare. Le due, nel piccolo spazio dell’auto, affrontano l’annosa questione del desiderare di più oltre l’essere madri, del senso di colpa per osare anche solo desiderare di più; ma mentre Madeline ammette candidamente i suoi sentimenti, sappiamo che la questione per Celeste è diversa e più complicata: per lei non si tratta solo di lasciare i bambini a casa, per lei lavorare sarebbe come tradire Perry. Celeste non dice niente di tutto questo alla sua amica, si limita ad un “I want more“, ma in quel momento è tutto il suo corpo a raccontare il resto della storia: è rigida, è come oppressa, incatenata, vorrebbe piangere ma deve trattenersi, vuole scappare ma non può.

Si inserisce così un altro degli elementi più controversi e accattivanti della serie, ossia la descrizione della violenza domestica, di un matrimonio fatto di abusi e soprusi. Ciò che più colpisce è il modo in cui vengono evitati i classici stereotipi in cui è facile cadere raccontando storie di questo tipo; non ci si limita a mostrare una vittima ed il suo aguzzino, piatti e senza spessore, incasellati in queste definizioni; chi ci è passato e chi si occupa di queste tematiche sa bene che la realtà non è mai così netta ma è, piuttosto, fatta di sfumature, di linee e confini impercettibili, così tanto che è difficile rendersi conto di averli superati. Celeste è, senza nessunissimo dubbio, la vittima di un marito violento, ma non la vediamo sempre remissiva e con il capo chino, ubbidiente e silenziosa mentre subisce la cattiveria di Perry; no, Celeste alza la voce, lo provoca, sembra che voglia portarlo a scatenare la sua violenza. Non è una cosa strana né un elemento che dovrebbe farci dubitare della sua posizione e del fatto che abbia bisogno di aiuto (come molti fanno); un tratto in genere comune alle donne vittime di violenza è la perdita assoluta di controllo: sulla propria vita, sulla propria professione, su come vestirsi, su chi frequentare. Provocare il marito/compagno non è un gesto sciocco, non è un “andarsela a cercare”, è l’unico momento in cui possono avere il controllo nella relazione: Celeste (e con lei tutte le altre donne nella stessa condizione) sanno benissimo a cosa andranno incontro, ma provocare Perry è l’unico modo che le è rimasto per far sentire la propria voce, per ricordare a se stessa di averne una; d’altro canto, questa è un’arma a doppio taglio: questa ribellione, questo contrattaccare, è un lato molto importante del carattere di Celeste ma è anche quello che alimenta il suo senso di colpa: non posso lasciarlo, perchè sono stata io a farlo arrabbiare, ed in una certa misura è vero; quello che Celeste deve imparare è che i problemi di Perry sono indipendenti da lei e non sono una sua responsabilità. Anche il personaggio di Perry è caratterizzato meravigliosamente: non è perfido è basta, è complesso, sfaccettato, dolce e poco dopo violento; viene naturale preoccuparsi per lui e sperare che riesca a migliorare. Chi si sarebbe aspettato che fosse il primo a parlare durante la seduta dalla terapista e, soprattutto, che fosse il primo ad ammettere di essere violento? Come tutto a Monterey, da fuori sembra il marito modello (e spesso lo è), ma in realtà nasconde una verità molto più torbida. Perry combatte una lotta con i suoi demoni interiori, sa di sbagliare, ma non riesce a farne a meno; ovviamente questa non è una scusa, ma in parte fornisce una risposta all’eterna domanda: “perché le donne rimangono?”. Le donne rimangono perché conoscono altri lati di quell’uomo che le picchia e, come spiega molto chiaramente Celeste, tra di loro c’è anche dell’altro: le è stato vicino durante le difficoltà nel rimanere incinta, era con lei alla nascita dei gemelli, in molti frangenti è stato la sua forza e la sua sicurezza. Non è come essere aggredite per strada da uno sconosciuto, si tratta pur sempre di una persona che hanno amato e che le ha amate, è difficile anche solo realizzare che qualcosa non vada, figurarsi arrivare al punto di lasciarlo. Per Celeste questo momento arriva quando si rende conto che la violenza ha colpito (inevitabilmente) anche i figli: questo per lei è il confine insuperabile, ed è lì che comincia ad organizzare la sua via di fuga da Perry. Ciliegina sulla torta di questa storyline sono le scene di violenza tra i due personaggi: Vallée ha un metodo di girare diverso dal solito, vengono fatte pochissime prove prima delle scene, è quasi un’improvvisazione più vicina al teatro che al cinema e alla televisione, cosa che ricrea quella sensazione di documentario di cui dicevo all’inizio; anche esteticamente la scelta del cast si è rivelata azzeccata: Nicole Kidman, con il suo metro e ottanta di altezza, è generalmente una figura di spicco, ma Alexander Skarsgård (1,94 cm) riesce a farla sembrare piccola, a trasmettere l’idea di oppressione. Tutto questo, unito al fatto che la Kidman e Skarsgård hanno girato personalmente tutti i momenti di violenza (la controfigura è intervenuta in una sola scena), ha fatto sì che quei momenti ottenessero esattamente l’effetto cercato, ossia mettere a disagio lo spettatore. Non è difficile capire perché gli stessi attori raccontino di essere stati emotivamente molto turbati dalle scene, rendendo difficile dimenticare il set una volta a casa la sera.

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Sul piano della narrazione, la rivelazione finale è il trucco che tiene lo spettatore (e il lettore) incollato allo schermo e soddisfatto dell’epilogo. In poche scene, con pochissimi dialoghi, la vera natura di Perry viene esposta, su due piani: si mostra in pubblico come marito violento e, con due sguardi (uno da Jane a Madeline, l’altro da Madeline a Celeste) noi (e loro) capiamo che è anche lo stupratore di Jane (e padre di Ziggy). In quel momento scatta la lotta di tutte le donne contro Perry: per difendere Celeste e se stesse; sembrano destinate a soccombere fino all’arrivo di Bonnie (Zoë Kravitz), che lo scaraventa giù dalla scala. L’intervento di Bonnie non è forse facilmente spiegabile, soprattutto per chi ha letto il libro, dove il suo passato è raccontato più nel dettaglio (anche Bonnie, infatti, è stata vittima di un padre violento), ma anche l’idea che intervenga solo per difendere le altre donne non è del tutto peregrina. La serie si conclude con le ultime bugie raccontate, quelle delle protagoniste alla polizia che indaga sulla morte di Perry; sarebbero le dichiarazioni più importanti, eppure le vediamo per ultime e addirittura senz’audio; quello che conta è che tutte e quattro siano coalizzate (raccontando che Perry è scivolato) per aiutarsi l’una con l’altra, per aiutare Bonnie (l’effettiva omicida), ma anche Jane (scioccata per la scoperta) e Celeste (con il suo doloroso segreto).

Big Little Lies si conclude confermando di essere una serie di donne e sulle donne, una serie di storie universali sulle donne, che a volte, contando le une sulle altre, bastano a se stesse (come simbolizza la scena finale). Non a caso, le donne sono anche all’origine, dietro le quinte, della serie: sono state Nicole Kidman e Reese Witherspoon, con le rispettive case di produzione, ad aggiudicarsi dall’autrice del libro i diritti per la trasposizione televisiva della storia, ma li hanno ottenuti con la promessa, strappata dalla Moriarty, che proprio loro avrebbero interpretato Celeste e Madeline. La serie è anche una vittoria per tutta l’HBO che nell’ultimo anno aveva perso un po’ del suo smalto (a causa di Vynil e della seconda stagione di True Detective, combattendo anche con la sempre crescente concorrenza di Netflix); non che all’HBO manchino le serie di punta (vedi Game of Thrones ma anche The Leftovers), ma BLL le ha portato un picco di share nonché di attenzione da parte di critica e pubblico, paragonabile agli anni d’oro di Sex and the City e The Sopranos. Infine, BLL è la prima serie a confermare ufficialmente il passaggio di attori cosiddetti da A-list di Hollywood al panorama televisivo: è un trend iniziato ovviamente da tempo, soprattutto grazie alla libertà creativa, simile a quella delle grandi produzioni cinematografiche, che alcuni network (quali appunto HBO e Netflix) permettono a regia ed autori; ma se fino ad oggi la televisione era stata la possibilità di trovare ruoli importanti per attori che, inspiegabilmente, venivano snobbati dal cinema, adesso è completamente sdoganata come nuovo palcoscenico, equiparabile a quello del cinema sotto ogni punto di vista.

Voto alla serie: ♥♥♥♥♥ – “I love my grudges. I tend to them like little pets“, Madeline una di noi!

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