Game Of Thrones – 4×02 The Lion And The Rose – by R. ed S.

game-of-thrones-4x02-the-lion-and-the-rose

Calma apparente: è questo l’andamento dell’episodio, in cui per una buona mezzora si respira un’aria stranamente serena, quell’aria tipica della quiete prima della tempesta.

Anche la struttura narrativa è diversa, altro elemento che contribuisce a suscitare spaesamento nello spettatore: dopo un inizio apparentemente consueto, con spostamenti della trama dalla Barriera a Dragonstone, ci si ferma a King’s Landing per tutta la seconda metà dell’episodio. Dialoghi, dialoghi lunghi e dialoghi ancora più lunghi, castelli di parole, tanto che viene da chiedersi “ma non succede niente questa settimana?”. Nulla di più sbagliato.

In questo puntata fa il suo ritorno Roose Bolton, che si riunisce al figlio Ramsay, speranzoso di ottenere dal padre un riconoscimento quale legittimo Bolton. E sebbene all’inizio sembri che Ramsay abbia tante possibilità quante ne aveva avute Theon, quel disturbato con le sue sadiche torture dimostra a papà il suo “valore”: grazie a lui Theon Greyjoy non esiste più, ora c’è solo Reek, un poveretto, mezzo scuoiato e mezzo amputato, che farebbe qualunque cosa per compiacere il suo padrone. L’escamotage del farsi radere è terribilmente significativo, Theon potrebbe in un nanosecondo sgozzare quel folle, ma è talmente soggiogato da svolgere il suo compito alla perfezione, senza un graffio e raccontando privo di remore la verità sul destino di Bran e Rickon. Lo scoprire quanto Roose ha fatto a Robb ha il solo effetto di bloccare per qualche istante la sua mano; se quest’ultimo atto fa pensare che Theon sia ormai perduto, la pausa potrebbe avere anche il significato opposto, con la possibilità che spingendo su certi punti possa essere recuperato.

Per pochi minuti rivediamo Bran che prosegue il viaggio al di là della Barriera. Dopo aver riscoperto il piacere di correre stando – fin troppo a lungo – nei panni di Summer, il giovane Stark grazie ad un Weirwood tree ha una visione in cui oltre a scoprire la meta che devono raggiungere – “Look for me beneath the tree. North” – si susseguono varie immagini, passate e future (?), tra cui spiccano l’ombra di un drago che sorvola King’s Landing, l’Iron Throne innevato (simile a quello visto da Daenerys nell’episodio 2×10) e soprattutto Bran vede il padre Ned, un istante che rende la breve scena indimenticabile.

Nella prima parte dell’episodio ritroviamo anche Stannis e Melisandre, a ricordarci che “the night is dark and full of terrors” (casomai qualcuno avesse paura del buio a quest’ora altro che ansiolitici); si fa interessante il ruolo della piccola Shereen, che non si fa abbindolare da Melisandre e sembra essere l’unica persona, oltre Davos, per cui Stannis sia in grado di provare qualche sentimento positivo. Purtroppo non credo che la diffidenza di Shereen per la donna rossa sia sufficiente per far rinsavire il padre e la madre dalla follia del God of Light, tant’è che non mi pare si siano fatti troppi problemi a bruciare vivo il fratello della Regina Selise. Non si vede però molto di più di Stannis e della sua combriccola, perché le attenzioni sono tutte per il grande matrimonio reale.

La tensione sale nettamente, rendendo l’atmosfera pesante, durante i festeggiamenti del royal wedding, e la regia è molto abile nel portare l’attenzione sui personaggi sbagliati: come ha infatti confermato lo stesso Alex Graves, regista dell’episodio, l’intenzione è quella di trasmettere un senso di pericolo in relazione a Sansa, magari a Tyrion, persino Oberyn Martell lascia presagire cattive intenzioni. Tutta questa suspense per cogliere lo spettatore di sorpresa il più possibile con la tanto attesa e desiderata morte di Joffrey.

Il momento più atteso di tutti è arrivato. Da quanto lo stavamo aspettando? Personalmente dal secondo episodio della prima stagione, quando lo scontro con Arya aveva portato alla morte del suo amico, all’uccisione di Lady e all’allontanamento di Nymeria. Già lì si era capito che quel ragazzino viziato sarebbe stato un’inesauribile fonte di tragedie. E si è rivelato anche peggio. In quello che dovrebbe essere il suo grande giorno – credo che questo sia l’unico matrimonio in cui conta più lo sposo della sposa – Joffrey non si smentisce, dispensando battute e atteggiamenti che farebbero indispettire i nuovi dei, quelli antichi, il Drowned God e anche il Lord of Light di Melisandre. Se non fosse per la cerimonia iniziale – dove Joffrey si lancia in un bacio “appassionato” quasi a volerci ricordare che era lo scapolo più ambito di Westeros, in contrasto con gli approcci con l’altro sesso finora avuti – non ci accorgeremmo che siamo ad un matrimonio: il Re sembra un bambino che si annoia alla sua stessa festa e che non aspetta altro di assistere agli stupidi scherzi che ha in serbo. Margaery s’insinua ogni tanto, recitando la sua ormai consolidata parte della Miss – ora è Regina, ha vinto scettro e corona – con quei tipici discorsi improntati alla gentilezza e alla generosità smisurate. La nuova Regina è perfetta nel suo ruolo, interviene senza rubare lo spotlight al neo marito e riesce a mettere un punto a scene che superano ogni ritegno evitando di andare palesemente contro le “bizzarrie” dello sposo. La nonna è stata una maestra eccezionale: con questo comportamento impeccabile Margaery conquista tutti, dal popolo ai nobili che con il loro silenzio lasciano trapelare insofferenza verso il Sovrano. I momenti di maggior disagio sono sicuramente la sceneggiata dei nani a rappresentare la guerra dei cinque Re e il successivo coinvolgimento dello zio Tyrion: il cattivo gusto di Joffrey raggiunge il suo apice, facendo calare un silenzio a dir poco imbarazzante tra i commensali. Gli unici che sembrano tollerare il tutto sono Tywin e Cersei, i loro lievi sorrisi di circostanza svelano da un lato il contegno tipico dell’uomo di potere che sa agire a seconda della convenienza, dall’altro, oltre alla compostezza regale che non la abbandona mai, una soddisfazione per le angherie a cui è sottoposto il fratello. Cersei deve essersi allenata all’inverosimile per questo giorno; i sorrisi e i complimenti verso la mal sopportata nuora sono da Oscar, sono pochi i momenti in cui lascia trapelare la sua vera indole, ma anche qui riesce a fare tutto con un sorriso. L’unico istante di serietà lo rivolge a Brienne, quando capisce che la donna è innamorata di Jaime – a Cersei non sfugge niente – perché lei lo può tradire, maltrattare, umiliare, ma lui è suo, nessun’altra può permettersi di posarci gli occhi. Specie se lo stesso Jaime non le è totalmente indifferente, il rispetto che prova verso Brienne potrebbe nascondere ben altro e Cersei lo ha già intuito.

Come dicevamo, Tyrion sembra fino all’ultimo momento il destinatario delle crescenti crudeltà di Joffrey, ma se siamo ormai abituati (e purtroppo lo è anche lui) a vederlo al centro di scene umilianti, concepite al solo scopo di sminuire la sua dignità, la scena dell’addio a Shae ci mostra un suo lato diverso. Che per lei provi sentimenti è cosa ovvia da tempo, ma invece di darle soldi e gioielli ora si spinge oltre, allontanandola a malincuore per cercare di proteggerla. Il disprezzo di Tywin se scoprisse della loro relazione, infatti, non lo allarma più di tanto, non sarebbe di certo una novità; è solo per salvare Shae che accetta di non vederla più, e questo gesto conferma come Tyrion sia l’unico vero gentiluomo (Stark esclusi, dato che ormai sono morti). Ulteriore prova è la sua preoccupazione per Sansa durante la crudele e volgare messa in scena organizzata da Joffrey; ma Sansa, sebbene sembri sull’orlo del crollo emotivo, se la cava e scappa nel trambusto generale grazie al suo nuovo amico Dontos: la farà veramente fuggire? E verso dove? E perché un giullare dovrebbe essere coinvolto in un complicato piano sicuramente orchestrato da nobili per favorire altri nobili? Farei comunque notare che anche questa volta Sansa ha aspettato di essere salvata da qualcuno: mai che prendesse l’iniziativa.

safe_image.php

A pochi minuti dalla fine quando ormai sembra che il peggio sia superato, quello che i fan dei libri hanno denominato Purple Wedding giunge a compimento: Joffrey si soffoca con un pezzo di piccione (una torta nuziale di piccione, seriously?) e muore in quella che sembra una terribile agonia fra le braccia della madre (e del vero padre). Una morte veramente umiliante – e totalmente meritata – che tramuta il giorno della definitiva consacrazione dei Lannister – solo Joffrey era ancora convinto di essere un Baratheon – in una “tragedia” che nessuno avrebbe pronosticato. Ovviamente l’unica sinceramente addolorata è Cersei, che perde definitivamente il suo figlio prediletto – non era già abbastanza consegnarlo a Margaery? – e non perde tempo per accusare di avvelenamento Tyrion. Cersei è accecata dal dolore, vede nel vino versato dal vessato fratello la causa della morte e se alle circostanze in cui avviene aggiungiamo il disprezzo che lei e il padre provano per lui, il povero Imp non ha grandi speranze di fronte a sé. Ma è evidente che Tyrion sia innocente, quindi si aprono le scommesse per scoprire chi ne è il vero artefice, chi avrebbe guadagnato di più dalla morte del Re subito dopo le nozze? Personalmente trovo che ci siano pochi dubbi al riguardo e alcuni istanti della festa credo indirizzino chiaramente verso il/la/i colpevole/i.

In attesa del prossimo episodio possiamo gioire per la morte del Re, abbiamo amato odiare Joffrey e finalmente possiamo canticchiare The Rains of Castamere per un buon motivo. Ma a Westeros non si può mai stare tranquilli e questa fine oltre ad aprire nuovi scenari segnerà anche l’emergere di altre personalità pronte a catalizzare l’odio che ci suscitava Joffrey, la varietà di scelta al riguardo non manca. E chissà che non finiremo peggio di prima.

Facebooktwittergoogle_pluspinteresttumblrFacebooktwittergoogle_pluspinteresttumblr

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *