Gilmore Girls: A Year in the Life – Winter – Recensione by R.

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Dopo poco più di un anno dall’annuncio del ritorno delle ragazze Gilmore, abbiamo finalmente potuto dedicarci al binge watching del revival di Gilmore Girls. Quattro episodi da 90 minuti, quattro stagioni in un anno della vita della mamma e la figlia più famose della tv.

Sin dai secondi iniziali “Winter” sa di un ritorno a casa. Con lo schermo ancora nero ci vengono riproposte alcune delle frasi più celebri della serie, pochi istanti prima che Rory raggiunga Lorelai al gazebo di Stars Hollow. Due battute, l’ “I’ve missed you, kid” di Lorelai e il “Feels like years” di Rory, esprimono esattamente la sensazione che proviamo noi spettatori. Sebbene per Lorelai e Rory si tratti solo di uno dei tanti brevi ritrovi tra un viaggio e l’altro della ragazza, questo diventa l’occasione per aggiornarci sulla vita di Stars Hollow e dei suoi abitanti: dal nuovo progetto di Taylor al maialino Petal adottato da Lulu e Kirk, alla nuova attività di quest’ultimo (potrei tuttora ridere ad ogni ripetizione di “Ooo-ber”), alla famiglia di Lane. Lorelai “smell snow” e nel giro di una manciata di minuti ci sentiamo davvero di nuovo a casa. Sarà anche per la neve e le luci natalizie, ma Stars Hollow non è mai sembrata così bella.

Tutto sembra procedere alla grande nella vita delle ragazze Gilmore. La relazione tra Lorelai e Luke (sempre in compagnia dell’adorabile Paul Anka) non è mai apparsa tanto solida, con l’uomo che tollera bonariamente che il DVR sia pieno dei film di Lifetime (glielo invidio tantissimo!). Mentre la carriera giornalistica di Rory appare in rotta diretta verso l’agognato successo: un suo articolo è stato pubblicato sul The New Yorker, ha un colloquio da Condé Nast ed è talmente impegnata da avere tre cellulari e la valigia sempre in mano. Lorelai però ha strani e ripetuti incubi e Rory si dedica al tip tap pure di notte per combattere lo stress; insomma una qualche ancora indefinita ombra aleggia sulla vita di madre e figlia.

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Partiamo dal presupposto che non sono una fan di Rory Gilmore, la trovo egoista, piena di sé e sempre pronta a giudicare gli altri senza guardare prima se stessa. Nove anni sono passati e non è minimamente migliorata. Si presenta come la donna in carriera talmente impegnata da dover volare via dopo una toccata e fuga perfino in occasione del funerale del nonno. È fidanzata con uno che la rincorre ovunque, sebbene lei non si ricordi nemmeno il suo nome. Ed ovviamente è elogiata dal mondo intero; Luke è “super-proud” del suo articolo sul The New Yorker tanto da metterlo sui menù del diner; tutti la vogliono, da testate come Condè Nast a un sito in ascesa, a una femminista in procinto di stendere la sua prima biografia. Perlomeno questa è l’immagine che lei vorrebbe dare di sé, i fatti sono molto diversi. Rory a 32 anni è praticamente una senzatetto, ha abbandonato il suo appartamento a Brooklyn per irrompere quando le pare e piace nelle case di parenti e amici (riempite tra l’altro con scatoloni pieni delle sue cose); non sa nemmeno dove tiene la sua biancheria intima! La donna su cui dovrebbe scrivere il libro appare subito più confusa sui suoi progetti di quanto Rory lo sia sulla sua vita; mentre la grande aspirazione Condè Nast è talmente trepidante dall’arruolarla che continua a posticipare il colloquio. Ma la ciliegina sulla torta arriva con la sua vita sentimentale: Rory ha ancora una relazione con Logan Huntzberger. No, non ha lasciato Mr. Come si Chiama nel giro di 10 minuti di puntata, lei e Logan stanno insieme quando lei è a Londra sulla base di un accordo “what happens in Vegas, stays in Vegas”. Sorvolando sul fatto che Rory mente alla madre su questo dettaglio dei giorni londinesi, si respira un effetto déjà vu rispetto alla sua prima volta con Dean; come al solito quando ha bisogno di qualcosa, il treno Rory Gilmore passa sopra a chiunque. Qui però le sue colpe le ha pure Logan. Nonostante sia Team Jess, ho sempre apprezzato Logan, specialmente il fatto che di fronte al rifiuto di Rory di sposarlo, abbia avuto la forza di rompere con lei (o tutto o niente). Nove anni dopo, con la ragazza che ancora non pensa minimamente ad impegnarsi seriamente con lui, il giovane Huntzberger si rimangia la parola e se la riprende comunque. Capisco che fra loro rimanga un forte sentimento, però a più di trent’anni potrebbero smetterla di comportarsi come a venti.

Mentre Michel – sposatosi con Frederick, che manifesta desiderio di paternità – resta un punto fermo nella sua vita, Lorelai deve affrontare importanti mancanze. Innanzitutto Sookie se ne è andata, è partita per un periodo di pausa che doveva durare sei mesi e che si è invece protratto a data da destinarsi. La sua assenza pesa per Lorelai quanto avrebbe pesato per noi quella di Melissa McCarthy in questo revival, nessuno può sostituire Sookie, nemmeno lo chef più famoso al mondo. La Gilmore caccia malamente dal Dragonfly ogni aspirante sostituto e per una volta quell’atteggiamento spesso criticato al suo personaggio è più comprensibile. Se Rory agisce sulla base dei suoi soli bisogni, Lorelai non è infatti da meno. Tuttavia la mamma ha da sempre un contraltare che rende i suoi comportamenti molto meno comunemente accettati come invece accade con l’idolatrata figlia: sua madre Emily, l’unica donna Gilmore che tutti adoriamo senza eccezioni. Ho aspettato e temuto il momento in cui avremmo rivisto Mrs Gilmore perché avrebbe significato parlare di nonno Richard, l’assenza che in alcun modo si sarebbe potuta colmare. Il revival di Gilmore Girls affronta il tema della morte di Edward Herrmann in modo perfetto. Non ci viene sbattuto in faccia nei primi minuti né è inserito con clamore solo per farci piangere; la morte di Richard viene introdotta in punta di piedi, prima con un accenno da parte di Lorelai e Rory a 10 minuti dall’inizio, poi al ventesimo con un flashback del funerale, in occasione della tradizionale cena a casa dei nonni. E non viene neanche trattata a caso giusto per aggiornarci.

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Così come non si poteva non parlare della morte di Richard, Lorelai non può trattenersi dal pungolare la madre sull’enorme ritratto del padre appeso in salotto; purtroppo come al solito esagera ed Emily è in procinto di un crollo nervoso. Da qui parte un flashback sul funerale e sullo scontro avvenuto subito dopo tra madre e figlia. Lorelai non è stata in grado di raccontare un aneddoto dolce e divertente sul padre, per Emily l’ennesimo affronto che dimostra quanto la figlia sia egoista, tale da non essere toccata nemmeno dalla morte di Richard. È uno scambio duro, che lascia molta tristezza perché sembra che nonostante tutto il rapporto tra le due non riesca ancora a trovare un punto d’incontro. Eppure sul finale si fa strada la speranza. In una casa buffamente abitata da una strana quanto indecifrabile famiglia di domestici (Berta è interpretata dalla stessa attrice che presta il volto a Gipsy), sulla scia del libro di Marie Kondo, Emily è pronta a gettare ogni oggetto che non le dia gioia. “Mom, nothing is gonna bring you joy right now, nothing, your husband just died” le spiega Lorelai e le suggerisce di andare in terapia. Un consiglio colto, che suscita talmente tanta soddisfazione e stupore in Lorelai che quando la madre la invita ad accompagnarla dalla dottoressa, accetta immediatamente, accorgendosi solo dopo grazie a Luke che Emily l’ha sapientemente incastrata “Oh crap, I’m going to therapy with my mother”. Emily e Lorelai dalla terapeuta, avremmo mai potuto sperare di più?!

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Per quanto nel caso specifico della lite post funerale sia sorprendentemente più dalla parte di Lorelai, Emily le rinfaccia quell’egoismo a cui accennavo e di cui tanti tacciano la donna; la madre però glielo rimbrotta in particolare nei confronti di Luke, a cui la figlia asfalterebbe ogni desiderio sul nascere. Da qui inizia il percorso di Lorelai verso la maternità surrogata, perché in un attimo è sicura che Luke desideri un “fresh kid”, un figlio suo da crescere sin dalla nascita. Peccato che sia subito chiaro quanto sia più emozionata io all’idea di un loro bebè, anziché Luke. L’uomo si lascia trascinare anche ora dall’amata e di fronte a questo atteggiamento è difficile limitarsi ad accusare Lorelai di prevaricarlo, quando di fatto lui non fa nulla per far sentire la sua voce. Ok il DVR pieno, ma qui parliamo di avere un figlio dopo che state insieme da nove anni, ce l’avrai un’opinione! Parla! Alla fine però Luke riesce in qualche modo a far abbandonare il progetto a Lorelai.

Non avremo un bebè Gilmore Danes, ma almeno questa è stata l’occasione per rivedere Paris Geller! La “Pablo Escobar of fertility” così si definisce la dottoressa a capo della clinica Dinasty Makers (che annovera fra i suoi clienti Neil Patrick Harris). Paris Geller è sempre magnifica – perfino Annalise Keating sarebbe fiera di lei – e lo stesso possiamo dire della sua interprete Liza Weil. Dopo un iniziale disorientamento (per cui mi aspettavo Frank apparire da un momento all’altro), Paris ci ha ricordato perché l’abbiamo sempre amata. Se nel campo di fertilità e madri surrogate non ha rivali – sa valutare la situazione riproduttiva di un uomo completamente vestito – sul fronte sentimentale non le va altrettanto bene, essendo in corso il divorzio da Doyle. Ovviamente è colpa di quest’ultimo che si è trasferito a Los Angeles per fare lo sceneggiatore e beve vodka perché ha meno calorie.

Un ritorno a Stars Hollow che fa ridere, commuovere e anche discutere. Non manca nulla. Il ritorno di tutti gli attori della serie originale – ricompare per un paio di minuti anche Digger, l’ex di Lorelai – contribuisce in modo decisivo a questa sensazione. Ma non è una semplice rimpatriata né una celebrazione, importanti cambiamenti sembrano in arrivo per le ragazze Gilmore.

Voto all’episodio: ♥♥♥♥ Paul Anka sempre presente a completare alla perfezione il quadro della famiglia Gilmore-Danes, specialmente quando è vestito come Luke!

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