Glee – Series Finale – Recensione by R.

Dopo sei stagioni Glee ci saluta con un doppio episodio che ha dato omaggio al concept iniziale, al messaggio e allo spirito con cui si era presentato al pubblico nel 2009, facendoci dimenticare i tanti errori disseminati nel corso degli anni. Devo ammettere di averne interrotto la visione nel corso della quinta stagione; da series addicted non ne vado fiera, mi sono impegnata a seguirlo, ma tra le decine di storyline saltate fuori dal nulla giusto per mettere pepe in un episodio o per improvvisi riferimenti futuri (ad esempio la storia fra Quinn e Santana) e certi strambi e mal approfonditi percorsi di vecchi e nuovi personaggi non ci sono proprio riuscita. La quarta stagione mi ha fatto rimpiangere che Glee non si fosse concluso con la precedente, avevamo avuto la vittoria delle Nazionali e l’agognato arrivo di Rachel a NY, sarebbe bastata qualche immagine a indicarci il futuro degli altri protagonisti e avremmo avuto una felice conclusione. E invece ci siamo dovuti barcamenare tra le vite dei nuovi membri delle New Directions, che potevano anche essere interessanti se non fossero state mal gestite, e i prevedibili drammi newyorchesi di Rachel (anche se ammetto che fidanzato gigolò e gravidanza/falso allarme non li avevo messi in conto); a riprova che la strada intrapresa non era esattamente azzeccata, il totale cambio di rotta di questa stagione finale, che ha visto la sola sopravvivenza dell’adorabile Kitty e il ritorno a casa degli avventurieri della Big Apple (evito di pronunciarmi su come gli avvenimenti delle due precedenti stagioni siano stati quasi completamente cancellati).

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Tra il rischio di chiusura del Glee Club, la ripartenza da zero delle New Directions e l’acerrima nemica Sue Sylvester sembrava proprio di essere tornati al 2009, salvo il fatto che nuovi coach del Glee Club erano Rachel e Kurt. Proprio per questi ultimi il ritorno alle origini si rivela fondamentale per andare avanti: come accadde sei anni fa, il Glee gli dà la forza e la motivazione per andare avanti, per realizzare i propri sogni. Lo comprendiamo chiaramente in “2009” che ci riporta esattamente al pilot, mostrandocelo però sotto una prospettiva completamente nuova: non più la ricerca di nuovi membri da parte di Mr Schue, ma ciò che significava per i ragazzi far parte delle New Directions. L’esempio migliore è Kurt; solo ora scopriamo che prima della riapertura del Glee Club da parte di Will si sentiva talmente depresso e solo da pensare al suicidio. Le New Directions gli hanno dato l’occasione di essere se stesso e di lottare per esserlo, trovando tra l’altro un’inaspettata sostenitrice in Sue; grazie al Glee, Kurt ha trovato amici e un fratello in persone che prima gli si sarebbero avvicinate solo per picchiarlo, ha ricostruito il rapporto col padre e ha incontrato il suo attuale marito. La contrapposizione tra “2009” e “Dreams Come True” ci permette di vedere come i sogni di quel gruppo di freaks, tormentati da granite sbattute in faccia e cassonetti della spazzatura, siano riusciti ad arrivare là dove hanno sempre sognato, tutto grazie al loro ingresso nel Glee Club.

Glee_6x13_Rachel

Senza un passo indietro forse non ci renderemmo conto dell’evoluzione che c’è stata oltre ai successi professionali. Pensiamo alla protagonista assoluta Rachel Berry, tanto talentuosa quanto fastidiosa; diciamo subito che non sono una sua fan, è vero che lei era la sfortunata freak per antonomasia, che avrebbe dovuto attirare simpatie a priori, ma il suo desiderio di primeggiare e dire sempre la sua la rendeva particolarmente irritante, tanto che ai tempi tifavo per Quinn Fabray. Eppure nell’episodio dodici questo pensiero nei suoi confronti viene un po’ scalfito da una nuova visione della contesa del primo assolo fra lei e Mercedes: la Jones alla fine accetta di farsi da parte perché capisce che forse in quel momento Rachel ha più bisogno di lei di stare nello spotlight, mettendo in luce la fragilità della Berry al posto del suo solito protagonismo. E’ lampante la differenza tra la Rachel del 2009 con una parlantina quasi isterica che vuole essere la protagonista assoluta perché sa di essere una star e quella del 2020, calma e serena nonostante stia per dare un bambino a Kurt e Blaine e sia candidata al Tony Award. Nella prima stagione non ci saremmo mai potuti immaginare una Rachel sposata con Jesse St. James, disposta ad avere il pancione in quanto madre surrogata per i suoi migliori amici, commossa e umile (senza la minima finzione) nel discorso per la vittoria, pieno di ringraziamenti per Mr Schue e il Glee. Ammetto che sono più sconvolta dal fatto che abbia sposato Jesse che da tutto il resto, con tutte le volte che lo ha respinto, non mi sembra il caso di regalarglielo come marito e regista su un piatto d’argento!

Ovviamente Glee deve anche confermare i suoi difetti, riassumibili in “tante cose che bollono in pentola, l’80% delle quali sparisce improvvisamente, senza avercene neppure fatto sentire il sapore”: troppi personaggi e troppe storyline sul fuoco cadute poi nel nulla. Ho citato prima la storia fra Quinn e Santana, ma è solo una delle tante; e ne abbiamo la conferma anche nell’episodio finale. Ci informano del futuro di Rachel, Kurt, Sue, Will, qualcosina su Artie e Mercedes… e tutti gli altri? Brittany e Santana, celebrate con il matrimonio, vengono addirittura inserite a metà della canzone finale; Quinn Fabray, l’originaria antagonista di Rachel, c’è sin dall’inizio, ma se fosse stata assente sarebbe stato uguale; idem per Puck, suo fratello e gli altri membri delle New Directions quarta e quinta stagione. Abbiamo dovuto conoscere in poche puntate i più recenti vincitori della Nazionali e neppure sappiamo se Jane e Mason sono una coppia. D’accordo che si ritrovano tutti per rendere onore alla dedica dell’auditorium a Finn Hudson – per la cui occasione tra i senior ricompare pure l’ex moglie di Will, Terri – ma con tredici puntate a disposizione si poteva fare qualcosa in più anche per gli altri personaggi, giusto per chiudere il cerchio in modo completo per una volta. Tra l’altro gli alternanti membri delle New Directions mi sono sempre piaciuti.

Il ricordo di Finn non poteva mancare ed è particolarmente emozionante non tanto nel finale, quanto in “2009” quando comprendiamo ciò che il suo ingresso nel Glee ha significato per gli altri – al di là del semplice attirare nuovi membri. Finn ovviamente non si vede mai, sono tutte scene nuove, ad eccezione della prima vera significativa performance del Glee Club “Don’t stop believin’”, con tutta la buona volontà non emozionarsi è davvero difficile. Fra gli altri avvenimenti importanti la trasformazione del McKinley High in una scuola di arti con Mr Schuester Preside, che ottiene così un grande riscatto dopo i fondi negati e le minacce di chiusura, e Sam a capo delle New Directions, fresche vincitrici delle Nazionali. Da sottolineare che la canzone di Rachel “This Time” è stata composta da Darren Criss (Blaine) – al pari di “Rise” in “The Rise and Fall of Sue Sylvester” – ma soprattutto il flashback sulla vittoria delle Nazionali da parte di un giovanissimo Will, che ci permette così di vedere per la prima volta l’ex coach sua mentore Lillian Adler.

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La scena conclusiva vede Sue – neo Vice Presidente degli US – presentare la dedica dell’auditorium a Finn, con un discorso che, pur partendo dall’inguaribile vena Sylvester – mi fa piacere che non l’abbiano mai rinnegata in nome dei buoni sentimenti – riconosce il coraggio dei membri del Glee Club: possono anche essere dei “losers”, ma non sono codardi “It takes a lot of bravery to look around you and see the world not as it is, but as it should be”. La stessa morale proposta a conclusione della meravigliosa riproposizione cinematografica Disney di Cenerentola – un must per i series addicted visti i vari attori provenienti da importanti show tv – una coincidenza che dimostra quanto Glee, al pari di una fiaba intramontabile, abbia saputo e sappia ispirare un vasto pubblico, nonostante qualche pecca qua e là. E’ questo lo spirito con cui Glee è nato, che ci ha fatto innamorare sin dal pilot e abbiamo ritrovato in questo commovente finale: farci credere in noi stessi perché – come ci ricorda Rachel nel suo discorso come Tony winner – “Being a part of something special does not make you special. Something is special because you are a part of it”. E allora, mettendo da parte le critiche, thank you Glee!

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