Grey’s Anatomy – 13×08 The Room Where It Happens – Recensione by S.

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C’è un motivo per cui esistono gli episodi-riempitivo: servono ad abbassare il livello di adrenalina in chi li guarda, a farli rilassare in modo che possano riposare e raccogliere le energie fisiche e psichiche per affrontare al meglio ciò che verrà dopo.

Ed è esattamente quello che è successo con lo scorso episodio di Grey’s, di cui ci siamo lamentati perché era sembrato piuttosto inutile, ma in realtà Shonda sapeva quello che faceva, era solo la quiete prima della tempesta. E infatti, abbassata la guardia e rilassati come raramente capita, ci siamo apprestati alla visione della 13×08 con animo sereno, come dei pivellini sprovveduti, e infatti ecco che subito arriva una pugnalata alle spalle, fatta di ricordi, lacrime e un po’ di rabbia.

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L’episodio, guidato dall’ormai indiscussa regia di Debbie Allen, si presenta da subito come particolare, come unico nel suo genere; tutto si svolge nel corso di una singola operazione, senza che le telecamere escano mai da quella sala operatoria, senza nessun cambio di scena, senza nessun cambio di personaggi, niente. Altra caratteristica che fa la differenza è la quasi totale assenza della colonna sonora per buona parte dell’episodio: le operazioni in Grey’s sono sempre accompagnate da momenti musicali ben precisi, qui invece gli unici suoni erano quelli freddi degli strumenti chirurgici e le voci, sempre più concitate, dei protagonisti. Questo elemento ha contribuito a creare un clima di tensione serpeggiante, di suspence, facendoci calare ancora più del solito negli avvenimenti narrati. Ma le peculiarità non finiscono qui: l’episodio infatti si caratterizza, ancora di più, per una sfumatura surreale (non che sia la prima volta per Grey’s), con continui flashback che sembrano sovrapporsi e quasi interagire con il presente, in modo da risultare particolarmente efficaci e toccanti.

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I personaggi coinvolti sono pochi: Richard, Owen, Stephanie e Meredith; ognuno solo con se stesso in quella sala operatoria, che sembra uguale a tante altre e invece, nel suo piccolo, cambia un po’ la vita ad ognuno di loro. Tutto inizia con uno dei momenti di insegnamento di Richard, come sempre attento al paziente come essere umano e non solo come corpo su cui operare; ma questa volta si spinge oltre, non si limita ad immaginare un nome e una storia per quel paziente, gli dà il nome e la storia di sua madre, Gail, perchè Richard sa che, per quanto doloroso, l’empatia del medico verso il paziente lo rende un medico migliore. E così, pian piano, in un clima quasi onirico, conosciamo Gail, la sua vita e le sue passioni, scoprendo solo alla fine chi sia in realtà e cosa davvero significassero quei ricordi per Weber.

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Il gioco di Richard aiuta a distendere il clima in una sala operatoria molto molto tesa, in cui i conflitti tra i chirurghi si fanno ad ogni secondo più netti; ma pian piano, abbandonato lo scetticismo iniziale, tutti lo seguono in questa finzione, e così facendo riescono a trovare la via per salvare il paziente e per lavorare meglio insieme. Lo fa quasi subito Owen, il cui pensiero corre subito alla sorella Megan, persa anni fa nell’esercito; finalmente scopriamo il volto di questa donna misteriosa, amata da Owen e Riggs e scomparsa (si presume) prematuramente; Owen conosce bene il senso di colpa, e quello che lo opprime per la sorte della sorella è uno dei più difficili che abbia mai affrontato. Ma Megan lo rassicura, calma le sue ansie e lo aiuta a riprendere il controllo della situazione, e lo fa non parlando dal passato e del loro passato, bensì calandosi nella realtà del momento, parlando ad Owen del suo presente, ed è questo a fare tutta la differenza. Nota dell’autrice: adesso che finalmente l’abbiamo vista possiamo sperare che in qualche modo Megan si sia salvata? Voglio rivederla!!

Anche Stephanie si lascia coinvolgere, e anche lei ha un passato difficile che torna a farle visita; della sua malattia si è parlato poco, giusto un po’ quando lo si è scoperto, ma in genere lei fa tutto il possibile per separarsi da quell’immagine e da quel ricordo. Ma in momenti come questo è proprio quella triste esperienza a tornarle utile; il “someone good” che appare nella sua mente e la piccola Stephanie che, costretta a letto da una malattia rarissima, si immerge nei libri di medicina come fossero fiabe, per sconfiggere quel mostro con la conoscenza. È stato un bel modo per conoscerla meglio; a parte la rivelazione sul suo passato e la storia con il paziente musicista, finita malissimo proprio a causa di quel passato, i lati di Stephanie sempre messi in mostra sono ben altri, e questo è stato un bel diversivo.

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La parte più dolorosa è, però, quella che tocca a Meredith; esausta e fin da subito la più scettica nei confronti di Richard e del suo esperimento educativo, sale a bordo per ultima ma con il bagaglio emotivo più pesante di tutti (almeno per noi). Dovendo pensare a “someone good” che la aiuti “to just keep going” in un momento difficile chi potrà mai essere? Ed ecco che, all’improvviso, ci ritroviamo catapultati in quell’ospedale dove abbiamo perso Derek, dove Meredith è entrata portando per mano i suoi bambini e ne è uscita con il cuore distrutto. Come se questo non bastasse, vediamo anche una scena inedita, quella in cui Meredith ha dovuto dire ai figli che “daddy died“. È un momento di cui avrei volentieri fatto a meno, perchè è facile convincersi di aver superato il lutto quando i ricordi vengono seppelliti in un angolo della mente senza doverli affrontare; invece, rivedere quegli istanti, e rivedere gli occhi di Meredith e Zola in quegli istanti, è stato come un pugno nello stomaco, altro che lutto superato. Ma, come nella vita, proprio Zola e il piccolo Bailey, alla fine, danno a Mer la forza di riprendere in mano la situazione e non arrendersi; così, con l’aiuto di tutti i presenti nella sala e dei loro ricordi, insieme riescono a salvare quello che sembrava un paziente disperato.

L’episodio è stato meraviglioso, e lo si poteva già immaginare quando Ellen Pompeo ha pubblicato su instagram la mail in cui Shonda fa i complimenti a lei, al resto del cast e a Debbie per le grandissime performance. È stato uno dei momenti in cui ci ricordiamo perchè Grey’s è diventato quello che è: perchè riesce a raccontare storie che, anche a distanza di anni, risuonano in noi come se le avessimo vissute sulla nostra pelle.

Voto all’episodio: ♥♥♥♥♥ – Capolavoro assoluto, lacrime comprese

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