Homeland – 4×10 13 Hours in Islamabad – by R.

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Un episodio assolutamente degno del precedente, in cui le 13 ore ad Islamabad del titolo volano via in un crescendo continuo di emozioni: le alte aspettative che “There’s something else going on” aveva alimentato trovano perfetta soddisfazione con un assedio all’ambasciata che entra subito nel vivo e una situazione all’esterno che è ben lontana dal miglioramento. John non è sopravvissuto alle esplosioni per la strada, mentre Carrie e Saul riportano solo qualche ferita. Ma non è ancora finita: i cecchini li circondano e i primi colpi abbattono proprio il marine a cui Quinn ha appena comunicato l’assedio in corso all’ambasciata. La richiesta di aiuto a colui che sino ad ora si è dimostrato l’unico leale fra i membri dell’ISI, Khan, purtroppo cade nel vuoto quando l’uomo si fa mettere sotto da Tasneem, che gli “suggerisce” di rimandare di 10 minuti l’invio del platoon in soccorso agli americani perché ormai da troppo tempo si immischiano nei loro affari (gli elicotteri da combattimento che gli hanno fornito però se li tengono stretti!). Certo che un Colonnello potrebbe anche farsi valere di più, non l’ha neppure minacciato, possibile che quella donna faccia tanta paura?! Carrie è così costretta a trasformarsi in cecchino per aiutare i marines (in questa stagione è proprio agente sul campo a 360°), mentre i “soccorsi” pakistani arrivano quando tutto è ormai sotto controllo. Durante la sparatoria la Mathison si interroga sul perché di ciò che sta accadendo, ancora non sa che è solo un diversivo per rendere l’ambasciata più vulnerabile. A lei e Saul basta però un’occhiata alla folla al cancello e soprattutto alla bandiera nemica appesa alla loro ambasciata per capire: Haqqani li ha messi in ginocchio.

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Il terrorista mette subito in chiaro perché è tanto temuto: spari e morti cominciano appena mette piede in ambasciata; e tutto è destinato a peggiorare con la presa di ostaggi che verranno giustiziati uno dopo l’altro se Lockhart (rifugiatosi nella camera blindata con l’ambasciatrice Boyd e il suo staff) non consegnerà la lista degli assets che gli americani hanno in quei territori. Il direttore della CIA si dimostra più sensibile di quanto non era apparso nei primi episodi e così, dopo aver accettato di cedere alle richieste di Haqqani per salvare Saul, fa lo stesso quando il coltello del terrorista minaccia Fara. Purtroppo e prevedibilmente il gesto di Lockhart non serve: ai cittadini americani giustiziati pochi istanti prima va ad aggiungersi proprio Fara, colpevole di essere una musulmana che aiuta gli americani.

Peter Quinn è l’anima action della puntata, è lui che in assenza dei marines prende in mano la difesa dell’ambasciata, elimina un terrorista dopo l’altro, ferisce Haqqani e gli rende difficile la fuga prima di essere costretto a fermarsi di fronte ad un’esplosione che blocca definitivamente il passaggio. Ma soprattutto è colui che anche quando il successo di Haqqani è assodato non si arrende, interroga Saul senza pietà per cogliere il più piccolo indizio che possa condurlo al covo del terrorista. Il Governo Americano si è arreso, l’intera ambasciata verrà smantellata e tutti faranno ritorno a Washington. Peter Quinn no: l’uomo che è tornato in Pakistan solo per fare un favore a Carrie, ora è l’unico a continuare a credere in una missione che tutti danno come un fallimento fatto e concluso. Perfino Carrie che pur di andare in quel Paese aveva ricattato Lockhart prende atto della decisione presidenziale per il ritiro senza la minima obiezione. Quinn invece si lancia immediatamente in quella che è a tutti gli effetti una sua missione personale, non avendo alcun appoggio da parte del proprio Governo; gli bastano un cellulare e un diversivo improvvisato per mettersi sulla strada giusta, trasformandosi così in un nuovo Jack Bauer, un eroe che solo contro tutti lotta per il bene del suo Paese. Con Saul prigioniero e abbattutto, Peter in questa stagione è diventato il principale partner maschile di Carrie: è volato da lei quando glielo ha chiesto, l’ha affrontata e criticata quando non approvava i suoi metodi e adesso prende in mano la missione in cui la donna ha perso ogni speranza.

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Carrie da parte sua sente il peso della sconfitta, non solo quella della missione in cui credeva fermamente, ma soprattutto quello per la perdita di Fara. Sebbene nelle scorse puntate non le abbia risparmiato parole dure, per la Mathison Fara era sì un’allieva da addestrare, ma anche una ragazza che necessitava ancora di protezione. I rimproveri che le muove Max non mi sento di condividerli, il lavoro a cui Carrie stava preparando Fara è duro e senza sosta, non c’è tempo per gli elogi, specialmente quando la tua allieva si mette a criticarti perché ritiene il tuo comportamento troppo insensibile. Fara, per quanto brava, era agli inizi e ancora non comprendeva che in certe situazioni non c’era spazio per i sentimenti. Forse è anche per questa sua rimanente “ingenuità” che la sua morte fa più male alla squadra di Carrie e a lei in primis; la scena in cui chiama la sua famiglia per informarla della morte è chiara in tal senso. La Mathison spicca emotivamente in questo episodio anche per l’atteggiamento sul piano lavorativo; come accennato accetta pacificamente la decisione del Presidente perché accetta il fallimento, ha fatto tutto quello che poteva, ma non è stato sufficiente. E’ una Carrie opposta a quella di inizio stagione che ricattava il direttore della CIA e mentiva a sua sorella per tornare sul campo perché credeva di poter fare qualcosa. Questo suo cambiamento si chiude perfettamente con la risposta che dà ad un Lockhart pieno di dubbi e sensi di colpa per aver consegnato ad Haqqani la lista “I’m not sure what I would’ve done, either”.

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Anche Martha Boyd credeva fortemente nella sua missione diplomatica in Pakistan (non per niente lei e Carrie si erano avvicinate subito quando la seconda era arrivata) e nel suo caso il fallimento potrebbe bruciare molto di più considerando che all’origine c’è il tradimento di suo marito Dennis. L’uomo, sebbene debba solamente starsene in un angolo della sua cella senza fiatare, ha la sfrontatezza di chiederle la sua cintura per potersi impiccare, spacciando quell’ultimo gesto come un’ammenda finale: risparmierebbe a lei e al figlio dispiaceri e umiliazioni, magari facendole conservare anche un ruolo nella diplomazia. Devo dire che questa interpretazione ha la sua logica, ma considerando che viene dall’uomo che ha mentito fino all’ultimo istante, ha tentato per ben due volte la fuga e ha drogato Carrie non posso non vedere l’altro lato della medaglia: la codardia di non voler affrontare le conseguenza di quanto ha fatto. Martha, terribilmente combattuta da tutti i sentimenti contrastanti e le emozioni delle ultime ore, prende la decisione di una moglie nonostante tutto innamorata, acconsentendo alla volontà di Dennis. L’uomo però è vile fino all’ultimo: l’ambasciatrice se lo ritrova la mattina seguente in auto pronto a fare ritorno negli Stati Uniti sotto scorta, altro che ultimo favore per la donna che ha tradito!

L’episodio si chiude con il saluto tra Carrie e Saul: lui fa ritorno a casa, mentre lei rimane ad Islamabad per ritrovare Quinn perché si sente ancora responsabile per quell’uomo che è andato in Pakistan esclusivamente per aiutarla. Adesso però sono soli, non ci sono coperture ufficiali, squadre di supporto o collaborazioni con un Paese il cui appoggio era sempre stato dubbio; insomma prima tornano a Washington meglio è!

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