Homeland – 4×11 Krieg Nicht Lieb – by R.

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Come annunciato in conclusione del decimo episodio, nell’undicesimo assistiamo ad un’inversione di ruoli fra Carrie e Quinn: mentre lei opta per la via della cautela, l’uomo prosegue nella sua vendetta senza remore contro Haqqani. Un totale cambio di rotta rispetto ad inizio stagione per i due protagonisti, che trova la sua ragion d’essere nella diversa prospettiva con cui hanno guardato all’assalto all’ambasciata americana.

Carrie accetta la sconfitta, il suo unico obiettivo è riportare a casa tutti i membri del suo team rimasti in Pakistan sani e salvi, Quinn compreso. Eppure la sua squadra, ancora sotto shock per quanto accaduto, sembra più dalla parte di Peter: non vogliono solo riportarlo a casa, vogliono aiutarlo nella vendetta contro Haqqani. Ma per Carrie quella non è un’opzione fattibile. La donna ha rischiato di perdere se stessa con il brutto tiro che le hanno giocato con la sostituzione delle pillole, ha visto i cadaveri dei suoi colleghi (Sandy, John, Fara) e ha quasi dovuto dire addio a Saul. E ora Quinn se ne va per affrontare una missione suicida (Khan glielo ha confermato): non può perdere anche lui, lo dice chiaramente a Max “I cannot lose anyone else”. Il desiderio di vedere Haqqani sconfitto non prevale più su quello di tutelare i suoi uomini – addio alla Carrie che vede la morte di Saul come un effetto collaterale: nessuno è più sacrificabile. Neppure sua figlia. Se la situazione Quinn non è sufficiente, arriva per Carrie il colpo di grazia, con la sorella che la informa della morte del padre (l’attore che gli dava il volto, James Rebhorn, è morto nel marzo 2014); la donna perde così anche il maggior punto di riferimento della sua vita, cosa che però le fa riscoprire l’amore materno per la piccola Franny, che, per la prima volta dalla partenza per il Pakistan, chiede di vedere via Skype – forse Maggie può tirare un sospiro di sollievo finalmente. La scena in cui Carrie cerca di trattenere le lacrime e di non scomporsi neppure in un’occasione così triste, oltre a giustificare tutti i premi ricevuti da Claire Danes per il suo ruolo nella serie Showtime, potrebbe meritatamente consegnarle anche quelli di questo inizio anno, riportando in tal modo Homeland sul palco.

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Dopo la morte di Sandy Bachman, Quinn aveva chiuso con l’agenzia e aveva iniziato tutti i procedimenti formali necessari in tal senso; solo la richiesta di aiuto della sua amata Carrie lo aveva fatto tornare sui suoi passi riportandolo in Pakistan. Ma per quanto coinvolto nella missione, mancava di quell’atteggiamento del “disposto a tutto pur di portarla a termine”. Nessuna azione avventata né eccessiva per evitare di mettere a rischio le vite di colleghi e civili innocenti: aveva criticato Carrie per aver sedotto quel ragazzino di Aayan e soprattutto l’aveva calmata e letteralmente bloccata quando per vendicare la sua morte era pronta a far esplodere un missile sulla testa di Saul. Ora però ha assistito alla carneficina compiuta da Haqqani e di fronte a sé vede solo la vendetta: solo, in una città dove la maggioranza della popolazione inneggia al suo nemico come un eroe della patria e ricercato dall’ISI, Quinn si districa perfettamente nella sua mission impossible, trovando supporto in una sua vecchia fiamma tedesca. Nonostante la donna lavori per l’ambasciata della Germania, non si pone troppe domande su quanto il suo ex stia facendo e senza esitazione lo aiuta perfino nella costruzione di una bomba. O ha una fiducia folle in lui (cosa che rinfaccia a Carrie di non avere “He thought you’d have more faith in him than this”) o ha problemi molto più seri della Mathison. Anche io ho cieca fiducia in Peter Quinn, ma resta il fatto che è il maggior ricercato da parte di terroristi ed esercito pakistano, se fa una mossa non ne esce vivo: non è una questione di fiducia, semplicemente vorremmo evitare che faccia la fine di Jack Bauer o peggio. La donna tedesca conosce Quinn da molto tempo e informa noi e Carrie che difficilmente Quinn lascerà mai il suo lavoro; lo ha voluto e ci è andato vicino tante volte, ma non è mai arrivato fino in fondo: il suo rapporto con questo mestiere è evidentemente di amore-odio, lo fa star male, ma non potrebbe fare altro. Esattamente come quello con Carrie. I due si sono scontrati spesso in questa stagione e se all’inizio lui era stato accusato di essersi distratto (perdendo così Sandy) per tutelare Carrie, lei ora è rimasta indietro per salvare Quinn. Il forte legame che li unisce trova chiara dimostrazione nella scena conclusiva: hanno litigato, si sono sbattuti in faccia il loro disaccordo, ma Carrie sa che Quinn non rischierebbe mai di ferirla. Ecco perché si inserisce tra la folla di manifestanti che inneggiano ad Haqqani, nel punto esatto preso di mira da Quinn, che vedendola pochi istanti prima di azionare la bomba si ferma: lei rischia tutto per lui – con annessa una frase che si aspettava da tanto “I can’t lose you, Quinn” – e lui abbandona tutto per lei.

La tensione però non è finita, a riprova che Carrie non ha assolutamente dimenticato quanto Haqqani ha fatto; gli basta rivederlo per essere travolta di nuovo dalla rabbia per la morte di Aayan e adesso è lei che è pronta ad ucciderlo. Per fortuna Khan la ferma appena in tempo, non solo perché così il destino tragico di Quinn toccherebbe a lei, ma soprattutto perché sul SUV con Haqqani c’è una sua vecchia conoscenza: Dar Adal. Cosa fa con il nemico? Di fronte a questa immagine non possono non risuonare le parole che una volta l’uomo rivolse a Saul “It’s a sentimental idea (…) that our people come before the mission”. Un pensiero opposto a quello che guida Carrie e Quinn.

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