Homeland – 5×02 The Tradition of Hospitality – Recensione by R.

Homeland_5x02_Carrie

Homeland entra nel vivo con questo secondo episodio, rendendo chiaro a Carrie che il tempo della vita tranquilla da “private citizen” e mamma è finito. Ma soprattutto, non me ne voglia Frannie, allarma noi shipper della coppia Carrie-Quinn.

Quella che doveva essere una trasferta di un paio di giorni si trasforma nell’incubo peggiore per la Mathison: il forzato ritorno a tempo pieno nel passato, fatto di sparatorie, esplosioni, rapimenti ed intrighi. Se due anni fa faceva carte false per tornare ad operare sul campo, ora l’idea di rimanere in Libano per più di quanto previsto la fa scoppiare in lacrime nel bagno. E la situazione precipita quando scopre che il vero obiettivo dell’attacco scampato non era il suo capo, bensì lei stessa. A quanto pare la donna non è mai stata tanto in pericolo quanto adesso che si è ritirata dalla prima linea: la vita da mamma e da dipendente qualunque era solo un’illusione di normalità per un personaggio come Carrie Mathison, che tra passato e presente si è creata nemici su ogni fronte. Il mandante potrebbe infatti essere qualcuno da lei danneggiato quando era agente della CIA, ma ci sono altrettante concrete possibilità che si tratti dei suoi ex colleghi. Questa seconda ipotesi sarebbe confermata dal messaggio in codice ricevuto da Quinn, che indica come prossimo obiettivo da eliminare il nome Mathison. Momento di confusione che solo Peter con quell’espressione da duro eroe d’azione può mascherare; Quinn dovrebbe uccidere Carrie? Avevo messo in conto un primo incontro poco piacevole, con un rinfacciarsi accuse a vicenda, ma una missione omicida è un po’ drastica.

Homeland_5x02_Quinn

Sebbene non si sappia se dietro la segnalazione del nome Mathison ci sia Saul – come per la donna che reclutava adolescenti per combattere – dovrebbe comunque trattarsi di qualcuno della CIA; a meno che sia opera di una talpa, d’altronde almeno una a stagione dobbiamo pur averla. Eppure in questo caso l’idea di una talpa sembra la meno plausibile, più volte infatti si percepisce la sfiducia della CIA nella sua ex agente. Quella sensazione che Carrie si trovi tra due fuochi emersa nella premiere, persiste da ambo i lati. Con Waleed, la Mathison è costretta a ribadire di essere ormai “a private citizen”, mentre un ex collega, Hank, insinua insistentemente che il suo lavoro per la Fondazione Düring sia solo un cavallo di Troia studiato a tavolino con Saul; anche a Berlino non mancano speculazioni sul suo conto: le foto che la ritraggono in compagnia di Laura Sutton non la mettono sotto una luce positiva agli occhi dei servizi segreti. La scelta di lavorare per Otto Düring continua ad apparire la peggiore possibile, non poteva fare il Capo della Sicurezza in un qualunque tipo d’azienda? L’impegno della Fondazione nei territori di guerra è difficilmente conciliabile con l’attività svolta in passato da Carrie, già il fatto che debba fare accordi (di ben 40 mila dollari) con coloro che un tempo combatteva dovrebbe farle sorgere qualche interrogativo. Tra l’altro Otto non è esattamente il capo più collaborativo del mondo. Prima la Mathison lo sconsiglia vivamente di partire e lui non cede di un millimetro; la sera d’arrivo in Libano, Düring organizza un party senza neppure avvisarla; infine Carrie gli dice che hanno solo un’ora di sicurezza garantita e Otto si dilunga col monologo, perdendo pure tempo ulteriore a stringere mani a destra e sinistra. L’hai assunta a fare se non le dai mai retta?

Homeland_5x02_Saul

Carrie trascorre la puntata in stato d’allarme, attenta ad ogni dettaglio che possa segnalare un’anomalia. Non è così solo per il suo lavoro, né per la conoscenza che ha di quei luoghi, è la diversa consapevolezza che ha di sé adesso, il non essere più sola mentre in passato “There wasn’t anyone waiting for me back at home” – in realtà Frannie c’era già due anni fa, ma diamole per buona questa battuta. Sia il viaggio in Libano ad aver risvegliato rancori passati o il nuovo lavoro ad averne creati di nuovi, la sua posizione all’interno della Fondazione Düring l’ha riportata là dove non voleva più tornare e stavolta con una posizione che più centrale non si può. Carrie è nel mirino di Quinn, il quale dimostra una freddezza glaciale nella sua missione. Non credo che possa anche solo tentare di ucciderla, tuttavia è evidente che le premesse per la loro reunion cambiano notevolmente; inoltre pure agli occhi di Peter il nuovo lavoro della Mathison potrebbe suonare discordante rispetto alle operazioni in cui si è tuffato negli ultimi due anni.

E Saul in tutto ciò? Pugnalate a vicenda con Allison Carr a parte, mi piace pensare che quest’ultima abbia ragione quando insinua che l’uomo agirebbe diversamente se al suo posto ci fosse Carrie Mathison. Un conto è criticarla, litigarci e magari non rivolgersi la parola per anni, ma non può essere cambiato al punto da voltarle le spalle e tantomeno da sacrificarla.

Allison inquadra perfettamente anche la mia visione della giornalista Laura Sutton “She’d let the country burn as long as she got her Pulitzer prize”; nonostante l’antipatia crescente per quest’ultima devo dire che è stata molto divertente la scena in cui in diretta tv afferma che i servizi segreti le staranno mettendo a soqquadro casa e la ripresa stacca sul suo appartamento in cui effettivamente due agenti stanno facendo una perlustrazione.

Carrie Mathison deve tornare in azione, non ci sono più dubbi; le vere domande sono contro chi e chi sarà invece al suo fianco. Aumenta l’attesa per la reunion con Peter Quinn, che se era andato in Pakistan ad aiutarla da innamorato, ora deve raggiungerla con l’intenzione opposta. Ma si sa, il grande amore sboccia spesso nelle circostanze più ostili, quindi non perdiamo la speranza. Anche perché l’attività dell’attuale fidanzato ha un inevitabile riflesso negativo su Carrie, essendo l’avvocato della giornalista dissidente che sta mettendo in imbarazzo Germania e USA. Altro motivo per cui possiamo mettere in fretta da parte Jonas in favore di Quinn.

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