How To Get Away With Murder – 3×10 We’re Bad People – Recensione by S.

Dopo il grande winter finale, che ci rivelò l’identità del morto durante l’incendio (ciao ciao Wes), Murder torna con un episodio meno scioccante per il contenuto ma non per la resa dei suoi attori.

Ritroviamo, infatti, una Viola Davis fresca di vittoria ai Golden Globes e ai SAG Awards nonché di nomination agli oscar per Fences, e anche qui non è assolutamente da meno: il fulcro dell’episodio, questa volta, non sono stati i doppi giochi e gli omicidi misteriosi quanto il trauma psicologico che affronta Annalise entrando in carcere. Vederla arrestata non ci aveva sconvolti più di tanto, né lei si era lasciata particolarmente intimorire: ma una volta in cella tutto cambia, è l’inizio di una nuova fase da cui non si può tornare indietro. E Murder non si limita a farle dire, magari durante un colloquio con Bonnie, che lì la vita è davvero dura, Murder ci racconta la cruda realtà della vita in prigione, senza discorsi su massimi sistemi ma rivolgendo l’attenzione alle cose concrete che sono, in fondo, ciò che riempiono la vita: come, ad esempio, abituarsi a fare pipì in cella. L’argomento è stato trattato quasi per tutti i 40 minuti dell’episodio, perchè innumerevoli sono i pensieri che vediamo susseguirsi nella mente di Annalise: dapprima il rifiuto, osservando la cella, dopo la lotta per resistere, ancora convinta che ci sia un’altra possibilità, e infine, incoraggiata dalla sua vicina di letto, la resa, seguita dal senso di umiliazione appena viene vista. Non è stato tempo sprecato per un argomento inutile, nonostante possa sembrare tale a uno sguardo superficiale: in questo episodio Murder ha dato una lezione di regia e di narrazione, raccontandoci la verità più concreta senza però scadere nel noioso realismo che affligge irrimediabilmente le produzioni televisive nostrane, che si vantano tanto di raccontare la realtà finendo però per sembrare soltanto delle recite scolastiche di periferia.

Ritroviamo anche un’altra grande certezza di questa serie, ossia Laurel che parla a vanvera, giungendo sempre a conclusioni affrettate: il trauma di essere quasi morta in un incendio non giustifica la sua ottusità, sempre convinta com’è di conoscere la verità senza avere mai tutte le informazioni necessarie. Adesso ha deciso che la colpa di tutto è di Frank, che dovrà essere per sempre capro espiatorio di qualsiasi cosa, ma la domanda che più mi tiene sveglia la notte è: come fa ad amare Wes più di Frank? Con tutta la buona volontà e anche tenendo bene a mente tutti i crimini di cui Delfino si è macchiato, non ce la posso proprio fare.

Il ricordo di Wes ci tiene compagnia per tutta la puntata, mentre ognuno dei Keating Five (nessuno dei quali poteva sopportarlo) rammenta con malinconia il tempo trascorso con Waiting List. Ancora non sappiamo chi ci sia dietro la sua morte, ma è già chiaro che la cosa non è semplice come potrebbe apparire: la confessione finale di Frank sembra più un modo per espiare le proprie colpe che una vera ammissione di colpevolezza, e quella fastidiosa procuratrice di certo nasconde parecchie cose (a partire dal coinvolgimento della sorella di Sam Keating).

Dopo la lunghissima pausa invernale, Murder ci riporta nel suo mondo con delicatezza, senza eventi troppo traumatici, ma allo stesso tempo con una narrazione pungente che non può lasciarci indifferenti; l’ennesima prova del grande valore di questa serie.

Voto all’episodio: ♥♥♥ – Date a Viola Davis qualsiasi premio

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