Sons of Anarchy – Perché tutti dovrebbero guardarlo – by R.

Da un anno a questa parte se qualcuno mi chiedesse quale serie iniziare, risponderei senza remore Sons of Anarchy, anzi, lo tormenterei finché non la comincia (le mie amiche ne sanno qualcosa). Chi l’ha già vista non può non comprendere il perché, coloro invece che ancora non sanno di cosa sto parlando, approfittino della pausa estiva della maggioranza degli show per colmare questa lacuna. Anche perché qualche mese fa FX ha ordinato il pilot dello spinoff Mayans MC, le cui riprese si sono concluse lo scorso aprile, quindi non c’è momento migliore per tuffarsi nel mondo dei club motociclistici.

Creato e prodotto da Kurt Sutter, Sons of Anarchy è andato in onda per sette stagioni sul canale americano FX ed è da annoverare fra le serie più realistiche, crude e brutali degli ultimi anni. Al centro i SAMCRO (Sons of Anarchy Motorcycle Club Redwood Original), un club motociclistico dedito ad attività illegali operante nell’immaginaria cittadina californiana di Charming. Protagonista è il Vice Presidente dei Sons, nonché figlio di uno dei fondatori originari, Jackson “Jax” Teller (Charlie Hunnam), al principio di un percorso di messa in discussione del club che diviene metafora e analogia della lotta interiore con se stesso.

[Credits to IMDb]

Il mondo degli MC

Inutile dire che se siete appassionati di moto, se quando passa una Harley-Davidson non potete fare a meno di fermarvi ad ammirarla o se quei gruppi di biker tatuati, con gilet di pelle e in sella alle Harley hanno sempre suscitato un certo fascino/curiosità in voi, avete già ottimi motivi per gettarvi nel mondo dei Sons. Lo show esplora infatti la vita e le regole di un club di motociclisti americano fuorilegge senza filtri, censure o illusorie idee romantiche. Non ci sono solo la fratellanza e la lealtà che legano i membri in quella che è una vera e propria famiglia; violenza, prigione, razzismo e un maschilismo estremo sono ingredienti altrettanto presenti e in dosi massicce (offrendo lo spunto affinché la serie affronti senza moralismi temi attuali e spinosi). Nel corso della prima stagione facciamo conoscenza con questo ambiente, ne impariamo l’etica, le modalità d’azione, la struttura e il significato viscerale che ha per i suoi uomini; un’infarinatura necessaria per comprendere il diramarsi delle storyline negli anni successivi, nei quali saremo inevitabilmente dalla parte dei Sons contro un sistema giustizia spesso corrotto e non meno violento. E Kurt Sutter ci illustra questo universo con l’aiuto di un consulente tecnico che sa perfettamente di cosa sta parlando, David Labrava: l’interprete di Happy è infatti nella vita reale membro degli Hell’s Angels, un MC di Oakland – altri motociclisti dello stesso club hanno preso parte ad alcuni episodi della serie.

“Amleto in sella alla Harley”

Così è stato definito Sons of Anarchy e lo stesso Sutter ha confermato che, sebbene non ne sia una rivisitazione, lo show è influenzato dalla tragedia di Shakespeare. L’opera pervade l’intero show, è lì, la vediamo nei titoli di alcuni episodi che la citano direttamente (l’esempio più lampante è il titolo del doppio episodio conclusivo della quarta stagione “To Be, Act 1” e “To Be, Act 2”) e la percepiamo nelle storie dei personaggi. Limitandoci a quelli principali, il collegamento con i ruoli shakespeariani è immediato. Jax Teller è Amleto, il Principe ereditario (l’uno della Presidenza del club, l’altro del Regno di Danimarca), tormentato dal fantasma del padre morto (John Teller/ il vecchio Re); il manoscritto “The Life and Death of Sam Crow: How the Sons of Anarchy Lost Their Way” è il mezzo con cui si manifesta il fantasma di John Teller, quello che spinge Jax a mettere in discussione il club e lo indirizza sulla strada del cambiamento e della vendetta, dove redenzione e distruzione sono destinate a confondersi. Clay Morrow (Ron Perlman) è Claudio, l’usurpatore del trono dei SAMCRO, nonché nuovo marito della madre di Jax, Gemma (Katey Sagal); immediatamente nella prima stagione viene gettato il seme del dubbio sulla reale causa della morte di John Teller e il coinvolgimento nella stessa del “fratello” Clay e della moglie. Gemma è dunque la Regina Gertrude, tuttavia la sua natura manipolatoria e la sete di potere l’avvicinano parecchio anche ad un altro personaggio delle tragedie inglesi, Lady Macbeth. Non può mancare la povera Ofelia innamorata del Principe, che ha qui il volto di Tara (Maggie Siff), la dottoressa divisa tra il desiderio di una vita normale e l’amore per Jax.

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Simboli e Significati

Non crediate che i riferimenti ad Amleto siano gli unici presenti, perché SoA è ricco di simboli e significati, soprattutto di natura biblica (innumerevoli nel Series Finale), che vi accompagneranno sino all’ultimo minuto; il più oscuro è senz’altro la donna senzatetto che appare già nella stagione uno, ma il cui ruolo potrà essere compreso solo in quella finale. La luce e l’oscurità, il bianco e il nero, la speranza della redenzione e l’inesorabile spirale di distruzione permeano ogni puntata, anche nei più piccoli e apparentemente insignificanti dettagli. Se quindi amate sviscerare i particolari di una serie, sappiate che SoA vi si presta benissimo. Il primissimo fotogramma dello show vede due corvi banchettare sui resti di quella che sembra una colomba, un’immagine che racchiude in sé il conflitto fil rouge dell’intero show. L’abbigliamento di Jax è un altro elemento su cui soffermarsi (ebbene sì, prestate la massima attenzione anche quando è vestito), non potrete infatti non notare ad esempio le sue sneakers bianche sempre immacolate. Quando si macchieranno, saranno guai, perché quella sarà una macchia impossibile da cancellare. Una menzione speciale merita la moto di John Teller, che Jax nelle prime puntate è impegnato ad aggiustare; probabilmente dopo un po’ nemmeno vi ricorderete che i Sons gestiscono un’officina, ma quella moto non è assolutamente irrilevante.

Il Cast

Ingiustamente snobbato da premi e critica, fra gli award ottenuti l’unico significativo è il Golden Globe a Katey Sagal per la sua performance nella terza stagione. Protagonista di 8 Semplici Regole e apparsa, tra le altre, in Lost, The Big Bang Theory e più di recente This Is Us, la Sagal – sposata con il creatore Kurt Sutter – è semplicemente formidabile nel ruolo di Gemma Teller. Non credo di aver mai odiato un personaggio quanto il suo, eppure in alcuni momenti le ho quasi voluto bene; diciamo che il mio rapporto con lei è stato lo stesso di amore/odio che ha Tara. Maggie Siff (attualmente in Billions) porta sullo schermo una donna ugualmente forte e impaurita, perdutamente innamorata e pronta al sacrificio; è in grado di farci provare il conflitto interiore di Tara e il tormentato grande amore per Jax anche quando se ne sta zitta a fumare nella vasca da bagno. Ammetto che nella prima stagione la dottoressa ci ha messo un po’ a conquistarmi, in teoria subito Team Tara, nella pratica il suo broncio costante mi irritava non poco: ho capito che non è tutto facile, ma stai con Jax Teller, se non sorridi tu, chi deve farlo? In ogni caso, Team Tara sempre e comunque. Ron Perlman lo avrete sicuramente visto in altri film o tv show, ma il suo Clay Morrow resta impresso; io gli avrei dato un premio solo per la famosa “predica” di cui è protagonista in uno dei suoi momenti più critici. Il creatore e produttore Kurt Sutter è lui stesso parte integrante dello show nel ruolo del povero Otto Delaney, il membro dei SAMCRO in carcere sin dalla prima stagione. Fra le mille disgrazie che toccano tutti, forse il record spetta proprio a lui, ma in fondo Sutter se le è scritte da solo. Tante anche le guest star, fra le quali ricordo tra gli altri Henry Rollins e Stephen King nella terza stagione, David Hasselhoff nella quarta, Ashley Tisdale nella quinta dove appaiono anche Donal Logue e Harold Perrineau rivisti poi nella sesta, Marilyn Manson, Courtney Love, Lea Michele e Michael Chiklis (protagonista di The Shield, di cui Sutter era fra i produttori esecutivi) nell’ultima.

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Sons of Anarchy = Charlie Hunnam

Ovviamente non mi sto dimenticando di lui, ma merita un paragrafo a parte che rischia di trasformarsi in un poema di elogi di varia natura. Non posso negare che Charlie Hunnam sia una se non “la” ragione per cui SoA ha attirato in principio la mia attenzione: bello come un dio nordico, bad boy e in sella a una moto, cosa volere di più? Certo quello non basta a farti poi appassionare allo show per ben sette stagioni, ma nella serie di FX c’è ben altro e in questo la performance del nostro Charlie è fondamentale. SoA non sarebbe SoA senza Charlie Hunnam. Perché al di là della mente geniale di Sutter, la serie non potrebbe risultare convincente e apprezzata dal pubblico senza un protagonista forte in grado di reggere ogni sviluppo della storia. E Charlie ci riesce benissimo, portando sullo schermo un Jax Teller carismatico, tosto, divertente, ma anche vulnerabile e sperduto. Mi è capitato di leggere delle critiche alla sua recitazione, basterebbe però osservare attentamente l’evoluzione del suo personaggio per comprendere come Hunnam riesca a trasmetterne ogni sfumatura e conflitto. Il Jax della fine non è quello con cui facciamo conoscenza nella stagione d’esordio e questo cambiamento non si percepisce certo dal diverso taglio di capelli. Allo stesso tempo assistiamo però ad una crescita che non snatura il personaggio, perché anche quando affronta i suoi periodi più oscuri, basta uno sguardo o un sorriso e per qualche secondo rivediamo il Jax più spensierato delle prime puntate. Ci sono scene in cui Jax non proferisce parola, ma il suo viso stravolto dalle emozioni ci permette di capire esattamente cosa sta provando. Tendenzialmente la bellezza di un attore mi acceca al punto che difendo il suo personaggio pure in casi estremi; non credevo avrei mai potuto essere contro Jax, invece, a riprova dell’efficace prova di Charlie, ci sono state occasioni in cui gli ho riservato commenti pari a quelli per Gemma. Poi sorrideva e mettevo in dubbio tutto, però intanto avrei potuto avere reazioni ben peggiori di Tara.

La Colonna Sonora

Bohemian Rhapsody non si tocca, ma l’avete sentita la versione di The White Buffalo ft The Forest Rangers per SoA? Il rischio di preferirla all’originale c’è eccome. E lo stesso si può ripetere per tante altre cover realizzate dai medesimi gruppi per l’intera durata dello show. Fra gli altri cantanti che hanno prestato la voce per la realizzazione della colonna sonora sono da segnalare anche due attrici dello show, Katey Sagal e Maggie Siff. Serie e colonna sonora lavorano in sinergia per rendere Sons of Anarchy indimenticabile. Una volta terminato lo show provate ad ascoltare Come Join The Murder o Day Is Gone senza finire sull’orlo delle lacrime.

Spinoff

Sin dalla conclusione dello show si è parlato di un possibile spinoff, Kurt Sutter ha confermato l’idea di un prequel e non sono mancate ben due serie a fumetti, l’una contemporanea agli eventi della serie, l’altra che segue la vita di un giovanissimo Jax. Come anticipato all’inizio del post, è stato recentemente ordinato il pilot dello spinoff Mayans MC, che si svolgerà nei tempi immediatamente successivi alla conclusione della settima stagione della serie madre e seguirà uno dei club motociclistici apparsi in SoA sin dall’inizio, i Mayans guidati da Alvarez.

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Non è un drama, è una tragedia

Come Amleto, Sons of Anarchy è una tragedia. Non si può parlare di semplice drama, è davvero una tragedia. Ci sono puntate che mettono talmente tanta ansia da avere la gastrite prima di premere play; bisogna fare un bel respiro, buttarsi nella visione e allora cominciamo a roderci il fegato, a brontolare o a piangere o tutto insieme a seconda della puntata. Kurt Sutter prende il nostro cuore, lo fa a pezzi e lo distrugge di nuovo prima ancora che siamo riusciti a rimetterlo insieme. Non c’è scampo. Odiamo dei personaggi, eppure ci sono momenti in cui l’amaro destino a cui vanno incontro non ci può lasciare indifferenti (c’è stato un momento in cui la sottoscritta ha adorato Clay, breve, ma c’è stato), altri li amiamo e allora soffriamo con loro. Anche visivamente non ci viene risparmiato nulla, di fronte ad alcune scene distogliere lo sguardo non basta. Sutter ha la grande capacità di farci vivere tutto quello che accade come se lo provassimo sulla nostra pelle, nulla scivola via facilmente. Quindi bisogna essere psicologicamente pronti ad affrontare una vera tragedia, a vivere intere stagioni con gli stessi sentimenti che normalmente si riservano ad un drammatico Season Finale e con la paura di guardare l’episodio successivo. Però ne vale assolutamente la pena e non solo per le gioie sparse qua e là (e che sono da godere appieno), ma perché Sons of Anarchy è una di quelle serie che ti entra dentro e non ti abbandona nemmeno dopo la sua conclusione; anche a distanza di tempo una canzone, un’immagine o una citazione ti riportano nell’esatto stato in cui eri quando hai assistito alle stesse per la prima volta e sebbene sia prevalentemente una sofferenza, la rivivresti tutta da capo.

Voto alla serie: ♥♥♥♥♥ – Non ci saranno Starbucks per miglia e miglia, ma chi non si trasferirebbe nella città di Jax seduta stante?!

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