The Leftovers – 1×02 Penguin One, Us Zero – by R.

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Questo secondo episodio riesce a gestire meglio gli ingredienti del mistery e del drama, non sbilanciandosi troppo a favore di nessuno dei due. Pur mantenendo una generale atmosfera di tristezza infatti le varie storyline potrebbero essere suddivise tra quelle più tendenti alla sfera mistery – Kevin e Holy Wayne – e quelle più incentrate sull’elaborazione del dolore – Meg e Nora.

Con Kevin Garvey facciamo un passo avanti e uno indietro sullo scoprire se “the mistery man” esiste davvero oppure no. Mentre il fatto che venga visto dalla figlia Jill fa propendere per la sua realtà – quindi è stato veramente lui a sparare al cane e non Kevin – la conversazione col padre (Scott Glenn) fa sorgere nuovamente il dubbio, che lo stesso Kevin inizia a porsi, sulla sua sanità mentale. Suo papà sembra trovarsi in un ricovero per malati di mente perché sentirebbe delle voci e nonostante lui neghi siamo testimoni di questo fatto: il Capo della polizia quindi teme che quanto accaduto a suo padre stia capitando anche a lui. Ma di fronte alla frase “They said they sent or are sending somebody to help you” è difficile non fare un collegamento con la comparsa di Dean, attribuendo quindi a questa figura una realtà ed allo stesso tempo un alone misterioso, come se fosse uno strano essere arrivato da chissà dove. Perlomeno il bagel è riapparso, quella sua magica sparizione era tanto stupida quanto inquietante, si stava trasformando in una sorta di test sulla salute mentale di Kevin. Eppure lo abbiamo visto tutti mettere quel bagel nel fornetto! La storyline del Capo della polizia ci consente inoltre di vedere l’unico pinguino nominato dal titolo della puntata: un pinguino gonfiabile nello studio della psicologa da cui è costretto ad andare per la vicenda dei cani e dei Guilty Remnant, il quale servirebbe ai bambini per i problemi di aggressività. Il che però non aiuta a decifrare il significato del titolo “Penguin One, Us Zero”, come e perché il pinguino ha vinto e noi no? Perché ci ha mandati in confusione con la storia di “mistery man” o del bagel?

Resta avvolta nel mistero anche la vicenda di Holy Wayne, oggetto di un raid della polizia, a causa del quale perde il suo rifugio ed è costretto ad allontanarsi dalla giovane asiatica Christine (Annie Q.), che affida a Tom. Quest’ultimo rientra tra i vari “college kids” votati alla causa dell’uomo dagli abbracci magici, ma non si comprende cosa pensi veramente di Wayne: uccide un agente per salvare Christine, accompagna i politici da lui, segue i suoi ordini, ma rifiuta di abbracciarlo; perfino Wayne gli dice “You’re the one motherfucker I can’t figure out. You’re all suffering and no salvation”. O davvero non vuole dire addio alla sofferenza che prova oppure non crede in Wayne e lo segue solo perché ha un debole per Christine. Se quest’ultimo fosse il motivo non potrei dargli torto, io stessa trovo quell’uomo piuttosto inquietante. La giovane asiatica invece lo adora ed è contraccambiata anche se non è chiaro in che senso. Wayne la definisce “far too important”, addirittura “This girl is everything”, come se con queste parole non si riferisse semplicemente al sentimento che prova per lei, ma a qualcosa di più, ad un ruolo che la ragazza potrebbe avere nella situazione in cui sono. Questa interpretazione fa dare anche una diversa lettura alla frase detta dagli agenti prima del raid: quel “charge his batteries with teenage girls, Asian ones” potrebbe assumere tutt’altro significato rispetto a quello di fatto inteso.

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Sul lato drama abbiamo invece Nora Durst (Carrie Coon) – la donna che per il Rapture-like ha perso marito e figli – che ci fornisce la prova di come essere la vittima tragicamente più famosa in città dia inevitabilmente una posizione di “privilegio”; tutti hanno un occhio di riguardo per lei, gesti che normalmente susciterebbero reazioni di fastidio verso chiunque, se fatti da lei portano ad un “I’m sorry” perché il suo dramma la giustifica in tutto, la rende sempre e solo una vittima. In effetti è un comportamento abbastanza comune, che abbiamo sempre nei confronti di coloro che hanno subìto qualcosa di grave, come se quell’evento ridefinisse per sempre la loro identità: non importa più quello che erano prima, cosa pensavamo di loro, ora sono delle vittime e in quanto tali devono essere sempre tutelate. Il far cadere di proposito una tazza è una prova banale di un atteggiamento generale nei suoi confronti che potrebbe spronarla a sperimentare altro, spingendosi man mano più in là, con dei risvolti interessanti – soprattutto se pensiamo alla pistola che porta in borsa.

Non credo invece di poter tollerare a lungo il personaggio di Liv Tyler, concordo pienamente con il suo ormai ex fidanzato che non ha la minima intenzione di tentare di riportarsela a casa. Ha deciso liberamente di andarsene in piena notte, come una fuggitiva, per cercare asilo presso i Guilty Remnant e ora che è nella fase di “addestramento” non fa che lamentarsi delle varie prove da superare, ma allo stesso tempo non vuole tornare a casa. Se ne sta lì con la sua faccia triste e imbronciata senza neanche sapere che significato hanno i Guilty Remnant: lei li definisce una setta, ma Laurie si affretta a precisare che non lo sono. Nutro qualche dubbio al riguardo, per quanto coloro in fase di addestramento siano liberi di andarsene, il modo assillante che hanno per attirare nuovi membri oltre ad essere inquietante è pure fastidioso e invasivo; inoltre lo stesso fatto di cercare insistentemente adepti da strappare alle loro vite normali è abbastanza da setta. Quando sembra che Meg abbia recuperato un po’ di raziocinio e li abbia abbandonati scopriamo invece che è andata nel bosco per terminare la prova a cui Laurie l’aveva sottoposta: colpire un albero enorme con un’accetta troppo piccola; ed è in quel momento che finalmente il suo volto abbandona quell’irritante espressione depressa per passare alla gioia prima e alla rabbia poi. E’ questo l’obiettivo dei Guilty Remnant, lasciare andare ogni emozione e sentimento del passato, in modo che resti un apatico ricordo? Perché? E poi non sarebbe più semplice liberare le proprie emozioni dallo psicologo di fronte a quel simpatico pinguino?

La durata della puntata si è ridotta ad all’incirca un’ora, anche se il ritmo è ancora un tantino lento, nonostante tra il pilot e questo episodio sembrerebbero passate un paio di settimane; in un certo senso è come se questo procedere fiacco in contrasto con il tempo concretamente trascorso sottolinei ulteriormente che Mapleton (e il resto del mondo) si è fermata al post evento. Certo se in quest’ora di messa in onda accadesse qualcosina in più non ne sarei dispiaciuta – e chissà che la “bizzaria” di Nora Durst non mi accontenti. Finora l’unica cosa che abbiamo in abbondanza è un ammasso di dubbi ed interrogativi – e siamo solo alla seconda puntata! – che se collegato con la sigla tendente al sacro e possibili significati mistici sparsi qua e là rende il tutto molto molto complicato, ma al contempo incuriosisce nel proseguire la visione.

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2 pensieri su “The Leftovers – 1×02 Penguin One, Us Zero – by R.

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