The Walking Dead – 4×11 Claimed – by R.

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Difficilmente abbiamo visto sorrisi da parte dei personaggi di The Walking Dead; e come dargli torto, per quanto uno possa avere speranza, guardare a quella lotta alla sopravvivenza che è diventata la loro vita suscita tutt’altro che sorrisi. Eppure ogni tanto ci hanno regalato anche qualche momento di serenità, derivato prevalentemente dall’avere l’un l’altro. Ecco però che arriva l’eccezione: il Sergente Abraham Ford (Michael Cudlitz), che sorride mentre uccide gli walkers – piuttosto grossolanamente, Lizzie si è dimostrata più capace di dare colpi definitivi. Forse finora giusto Carl e Shane erano riusciti a sorridere in una simile circostanza. Arriva addirittura a definirsi “the luckiest guy in the world”. Questo suo atteggiamento può avere interpretazioni diverse, la più semplice delle quali sarebbe che sia grato di ogni giorno di vita in più, considerando che – probabilmente – è uno dei pochi uomini rimasti sulla terra. Oppure potrebbe essere solo apparenza e quindi sfruttare l’umorismo per celare il suo vero stato d’animo. Per scoprirlo possiamo solo aspettare di vedere se nei prossimi episodi ci verrà mostrato di più di questo nuovo personaggio. Al momento sappiamo soltanto che è convinto di essere a capo della missione che salverà l’umanità, accompagnando a Washington colui che dovrebbe sapere cosa ci sia all’origine degli walkers – ma ovviamente non ce lo dice, “It’s classified” – il Dottor Eugene Porter (Josh McDermitt). Tara gli chiede perché lo stia facendo, mettendo in dubbio che sia mosso solo da buoni sentimenti; lasciando per il momento da parte questioni relative al vero carattere del Sergente, che pure avranno rilievo, che razza di domanda è? Non è che ci sia molto altro da fare, almeno Abraham ha uno scopo per andare avanti, cioè quello che serve ad ognuno in una simile situazione. Capisco che per una che per anni per evitare gli walkers è stata rinchiusa in un appartamento non sia di immediata comprensione, ma almeno si risparmi quel tono strafottente. Tra l’altro che Abraham accompagni Eugene mi sembra indispensabile, visto come il Dottore se la cava con gli zombie. Eugene al momento appare lo Sheldon Cooper di The Walking Dead: intelligenza superiore associata a basse capacità pratiche; basta vedere come risponde al Sergente dopo aver “ucciso” il camion “A fully amped-up state and an ignorance of rapid-firing weapons”. Sembra anche parecchio assorto nel suo mondo, cosa che non aiuta se devi stare attento a non farti azzannare.

Ritrovando un piccolo angolo di normalità nelle chiacchiere da colazione, anche Carl e Michonne regalano qualche sorriso, peccato che il tutto venga rovinato dal ricordo di Judith. L’apparente morte della sorellina si rivela per lui ancor più dura da superare rispetto a quella di Lori, forse anche perché si sente responsabile verso la madre per non essere riuscito a proteggerla. Questo suo stato d’animo, che per fortuna non sfocia nei comportamenti fastidiosi del passato, ha il merito di far aprire Michonne. Dopo aver visto qualche immagine della sua vita pre-walkers, è lei stessa che racconta a Carl del suo bambino – ringraziamo Carl per le sue domande insistenti che ci permettono finalmente di svelare il mistero! E’ strano come nessuno si sia mai posto la domanda se Michonne potesse essere mamma, è vero che non lo aveva mai detto a nessuno fino ad ora, ma è altrettanto vero che nessuno le aveva mai chiesto del suo passato, tanto che lei dice “It’s not really a secret”. Scoprire che è madre fa leggere in modo molto diverso i suoi comportamenti con Judith, che prima potevano essere visti come semplice inesperienza coi bambini, nonché il suo attaccamento a Carl. Questo momento di “confessione” aiuta sia lei che Carl, permettendo ad entrambi di recuperare un briciolo di serenità.

Non si è ancora ripreso fisicamente Rick, c’è da chiedersi però come stia mentalmente dato che finora ha sempre dormito, quindi non ha neanche avuto il tempo di metabolizzare quanto accaduto. Tanto per non lasciarlo tranquillo riceve la “visita” di un gruppo di uomini che invadono la casa in cui riposa. Rappresentano lo stesso tipo di individui che già aveva incontrato nel corso della seconda stagione (2×14-15), dei balordi pronti ad ammazzarsi tra loro per un letto. Sicuramente è meglio affrontare un’orda di walkers che avere a che fare con questi elementi; ancora una volta ci viene ribadito quanto appreso ai tempi del Governatore: “Fight the Dead, fear the Living”; a riprova che l’uomo è il più pericoloso predatore sulla terra. Nonostante le sue condizioni, l’ex sceriffo si fa valere, ma non l’ho mai visto tanto terrorizzato, ho temuto che potessero sentirlo solo dai suoi tremori.

La partenza anticipata di Rick, Michonne e Carl riserva quanto temevo avrebbe invece richiesto tempo per accadere: trovare l’indicazione del santuario dov’è diretto il gruppo di Tyreese. Possibile che la riunione con la piccola della famiglia sia già così vicina? Di certo il finale di episodio ha dato una piccola scarica di positività che se è fondamentale per dar forza ai protagonisti, fa senz’altro bene anche noi, dopo tutte le scene tragiche a cui abbiamo dovuto assistere.

In definitiva i gruppi guidati da Rick, Tyreese e Glenn hanno tutti un nuovo scopo per andare avanti: per i primi due si tratta di trovare il santuario, mentre Glenn parte alla ricerca della sua Maggie, con l’aiuto di Tara (che reinterpreta il fiabesco lasciare briciole di pane per ritrovare la strada) e del nuovo trio di personaggi, che per il momento mette da parte il viaggio verso Washington. Per quanto mi dispiaccia che non si sia visto Daryl, questo episodio concentrato su solo 2 storyline l’ho preferito di gran lunga al mix della settimana scorsa. A rigor di logica i personaggi non visti stavolta dovrebbero avere spazio nel prossimo; vedremo se ci sarà un nuovo obiettivo anche per loro o se potremo assistere ad un altro ricongiungimento, magari fra le due sorelle Greene.

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