The Walking Dead – 5×04 Slabtown – by R.

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La speranza che il cliffhanger della scorsa settimana trovasse immediata risposta cade nel vuoto, con una puntata prevedibilmente Beth-centrica, ma che mi è davvero piaciuta molto – anche se temo di essere in minoranza, ma d’altronde ero pure fra i pochissimi tristi per la morte di Lori! Dopo la scomparsa della più giovane delle sorelle Greene era normale dedicare 40 minuti a lei per scoprire cosa le fosse successo; però a differenza dell’episodio della quarta stagione dedicato interamente al Governatore, questa è stata tutt’altra cosa: azione, horror, tensione e momenti di disgusto non sono mancati ad incorniciare la prova dell’evoluzione della piccola Beth.

L’interrogativo che ci ha tormentato per mesi trova risposta nell’immediato inizio di questo quarto episodio; “Who took Beth?” l’ennesimo gruppo di folli che approfitta dello scenario apocalittico per darsi a quel delirio di onnipotenza che mai avrebbe potuto realizzare in un mondo normale. “We saved you, you owe us” questo è il motto che vige al Grady Memorial Hospital di Atlanta, altro che mera solidarietà umana. Hanno salvato Beth da un attacco di walkers – che loro chiamano rotters – e ora lei deve servirli finchè non avrà estinto il suo debito, la cui entità viene però convenientemente taciuta: l’idea che potrà mai essere considerato totalmente pagato non regge neanche un secondo, capiamo subito che Beth è in trappola. Sul fatto che abbiano davvero salvato la giovane Greene nutro più di un dubbio; innanzitutto era con Daryl e quella è già una garanzia di per sé; in più perché se stava lottando contro gli walkers si è risvegliata ore dopo in ospedale senza ricordare come ci fosse arrivata? Mica perde i sensi per un polso slogato e una ferita superficiale! Propendo più per il sospetto dei mesi passati, ossia che l’abbiano presa intenzionalmente per aggiungere una serva/infermiera alla loro “Slabtown”, nonché una nuova vittima per l’agente/pervertito dei lecca lecca Gorman. A rinforzare questa idea le parole di Noah, prigioniero lì da un anno, che sospetta di essere stato “salvato” a svantaggio del padre non perché quest’ultimo fosse mal messo e quindi “a waste of resources”, ma perché era grosso e forte e quindi non controllabile. Lo stesso discorso varrebbe per Daryl.

L’agente Dawn Lerner infatti vuole controllare tutto e tutti, nella convinzione che i sacrifici a cui li costringe verranno ripagati una volta che “we’re finally rescued”; non so se ci crede veramente, ma il suo atteggiamento mi ricorda quello di Big Jim in Under the Dome: con la forza della divisa che indossa si erge a grande capa di un nuovo sistema dove lei e i suoi possono fare il bello e il cattivo tempo, in nome di un supposto “greater good”. Uccidere il suo ex capo, schiaffeggiare Beth quando le pare e permettere al suo collega di abusare delle ragazze prigioniere sono compromessi necessari. E parliamo di Gorman, il classico predatore sessuale che trae piacere dall’esercitare il suo potere su quelli più indifesi; non perde tempo nel lasciare intendere a Beth come vorrebbe che ripagasse il debito (a maggior ragione figuriamoci se avrebbe rischiato di soccorrere Daryl!) e la scena del lecca lecca è più disgustosa e disturbante di ogni walkers, cadavere putrefatto o massacro di cannibali visti finora. La definizione che Joan – colei che dimostra quanto sia preferibile essere assaltati da un branco di walkers piuttosto che rimanere un minuto di più lì dentro – fa di Dawn “She can control them. But she doesn’t because it’s easier. Because she’s a coward” si adatta a tutti coloro che all’interno di quell’ospedale hanno una specie di posizione, quegli agenti che secondo Lerner “The happier my officers are, the harder they work to keep us going”, non importa se questo significa anche violenza sessuale, tanto a lei non può toccare. E nonostante la prima apparenza, l’aggettivo “coward” si presta bene anche per il Dottor Steven Edwards. La gentilezza che dimostra a Beth e l’amore per l’arte lo fanno sembrare un possibile alleato, ma proprio il quadro nel suo ufficio (la Cattura di Cristo di Caravaggio) ci anticipa una svolta al pari dell’Ultima Cena nella Chiesa di Father Gabriel; il medico fa in modo che Beth dia ad un paziente il farmaco sbagliato – rinnegando così la sua qualifica di medico proprio come Pietro rinnegò Gesù – perché quell’uomo era un dottore e se si fosse salvato Edwards avrebbe perso quel ruolo necessario che ricopre nell’ospedale e nel sistema di Dawn. Il dottore preferisce stare in quella prigione piuttosto che là fuori perché lì, nonostante tutto, sono ancora vivi. Ovviamente non sa dare una risposta alla domanda di Beth “You call this living?”, ma per lui è tutto più semplice, in quanto unico medico e quindi protetto, a differenza di quello che accade ai semplici servi Beth, Joan, Noah… Dawn, Gorman ed Edwards sono codardi che sfruttano questa situazione disperata per ritagliarsi un ruolo di potere che un tempo non sarebbero mai stati capaci di ottenere.

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Dawn, nel suo confronto con Beth, mette in chiaro la propria considerazione della ragazza “Out there you’re nothing. Except dead or somebody’s burden” e rafforza il peso di queste parole ricordandole il suo tentativo di suicidio risalente alla seconda stagione. Seppure l’iniziale sottomissione di Beth al pagamento del debito mi abbia fatto temere in un suo appiattimento, le reazioni che ha man mano che esplora questo nuovo mondo, in cui si è trovata per la prima volta completamente sola, mi hanno tranquillizzata e il riferimento alle ferite al polso è stato la certezza definitiva. Ne sono passate da allora, bisogna anche considerare che ai tempi aveva avuto Andrea a “consigliarla”…Andrea, rendiamoci conto! Poverina, per forza si era tagliata le vene! Per quanto Beth abbia sempre rappresentato la ragazzina da proteggere, quella che si occupava di Judith, di cucinare, di stemperare la tensione con una canzone, nel corso della scorsa stagione si era già capito che non era più la biondina instabile che avevamo conosciuto. Durante l’epidemia alla prigione è stata tra i pochi a non perdere il controllo (neppure la sua forte sorella Maggie ci era riuscita) e chi non avrebbe scommesso su una sua crisi isterica dopo l’attacco del Governatore? Invece lei è stata forte, anzi quasi è stata lei a dare a Daryl la forza di reagire. Beth è forte, non sarà come Michonne o Maggie, ma a modo suo lo è. Il discorso che le fa Dawn mi è sembrato una sorta di proseguimento di quello fra Beth e Daryl in “Still” (4×12), quando lei ammetteva che mentre Daryl sembrava nato per questa realtà, lei era ancora una stupida ragazzina che sperava nel lieto fine. Ma ora che è da sola, Beth capisce che Daryl aveva ragione, che anche lei è cambiata, che può farcela; e in questo episodio fa di tutto per provare a Dawn di sbagliarsi.

Il piano di fuga con Noah è una tensione continua, con il timore che vengano scoperti da un momento all’altro. Cosa che capita puntualmente e nel peggiore dei modi, con Gorman che coglie Beth in flagrante nel furto della chiave di Dawn; ovviamente quello schifoso approfitta della situazione per poterla stuprare, ma Beth non è una stupida e capisce subito come ribaltare il tutto a suo vantaggio: la botta in testa con il barattolo dei lecca lecca e l’attacco della neo walker Joan sono la vendetta perfetta! La macchia di sangue sulla sua scarpa potrebbe far saltare tutto, ma la giovane Greene ha un’altra idea: spedire Dawn dritta tra le fauci di Joan, sperando di guadagnare tempo e magari anche liberarsene definitivamente. In un percorso tutt’altro che semplice, tra walkers e corpi sbranati e putrefatti, Beth e Noah riescono a raggiungere l’esterno ed è qui che la biondina dà prova dei suoi miglioramenti con le armi (diciamo addio a quegli spari a casaccio contro il Governatore). E mentre io speravo nell’arrivo a sorpresa di Daryl e Carol, Noah malconcio guadagna l’uscita, mentre Beth viene fermata dagli agenti di Dawn; il sorriso della ragazza però è il segno della sua soddisfazione: non tutto è stato uno spreco perché Noah è riuscito a fuggire ed ora Lerner sa che Beth non è la ragazzina debole che può controllare a suo piacimento. Il loro ultimo scontro è una doccia fredda di realtà per l’agente “No one’s comin’ Dawn. No one’s comin’. We’re all gonna die and you let this happen for nothin’”.

Resta qualche interrogativo su questi “salvatori”: perché spingersi tanto in là da Atlanta per “salvare” qualcuno? Andare così lontano non è uno spreco di benzina? E perché la croce bianca su tutte le auto?

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Un episodio molto diverso da quello del Governatore della passata stagione, con l’ulteriore apprezzabile differenza che, mentre per lui c’erano stati due episodi a fare da intervallo al ritorno dei nostri sopravvissuti, il finale di questo crea già il collegamento con la missione di salvataggio di Daryl e Carol. Beth si sta avvicinando ad Edwards con una forbice dopo averlo smascherato, ma qualunque sia il suo piano – che potrebbe decretare la sua fine – questo viene interrotto dall’arrivo di una barella con Carol priva di sensi. Non posso credere che Carol abbia avuto bisogno dell’aiuto di quella banda di folli, propendo più per la teoria che stesse facendo da esca, magari lei e Daryl hanno assistito al tentativo di fuga di Beth e dopo aver raggiunto Noah hanno preparato un piano che ha inizio proprio con l’ingresso della donna nell’ospedale. Purtroppo il promo del prossimo episodio lascia intuire che dovremo sorbirci l’altra Greene, con il viaggio verso Washington guidato da Abraham, cosa mai ci interesserà di questi quando c’è l’interrogativo su chi è tornato alla Chiesa con Daryl?!

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