The Walking Dead – 5×10 Them – Recensione by R.

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“We…are the walking dead”, una citazione, ovviamente di Rick Grimes, che dà una carica – perlomeno allo spettatore – in un episodio dominato dalla più tetra disperazione ed emotivamente difficile da affrontare. Siamo a tre settimane dagli eventi di Atlanta, a 60 miglia da Washington, è da un giorno e mezzo che non trovano acqua e, tanto per migliorare le cose, anche il loro ultimo camioncino li lascia a piedi. Una situazione che in occasione di un’apocalisse dovrebbe essere la norma, ma che Rick&Co. non avevano mai sperimentato prima, in qualche modo erano sempre riusciti a trovare provviste e auto sorprendentemente rifornite. Perfino durante l’inverno affrontato tra la fine della seconda e l’inizio della terza stagione se l’erano cavata, li avevamo ritrovati in forma e perfettamente in grado di gestire improvvisi arrivi di walkers. Ora invece sono distrutti, fisicamente provati, senza neppure la forza di camminare più in fretta degli zombie; nella ripresa che li vede in primo piano mentre si trascinano al centro della strada con gli walkers sullo sfondo è difficile distinguere i nostri sopravvissuti da coloro che li minacciano. Riprendendo il “trucco” di pensare a se stesso come se fosse già morto che suo nonno sfruttava durante la guerra, Rick cambia la prospettiva del titolo della serie: i “the walking dead” non sono gli walkers, ma loro “We do what we need to do and then we get to live”, solo quando il mondo cambierà potranno tornare a vivere veramente. Ma c’è una differenza fondamentale fra i morti veri e i sopravvissuti, come Daryl ci tiene a sottolineare con quel “We ain’t them”: loro provano sentimenti e sono proprio questi a minare maggiormente la loro tenuta. Tutti in questa puntata sono emotivamente abbattuti, lo vediamo quando si spingono a mangiare dei cani, guidati solo dalla fame e cercando di non pensare a cos’hanno in mano. Sul tema animali sono eccessivamente sensibile, ha iniziato a montarmi il disgusto appena quei poveri cani sono comparsi sulla scena perché era chiaro a cosa saremmo arrivati; è vero che erano aggressivi – dopotutto anche loro devono sopravvivere in questa nuova realtà – ma era evidente che non fossero gli animali selvatici che avevamo già visto cacciare in passato, erano cani che un tempo appartenevano a qualcuno – se aggiungiamo che la medaglietta di uno di loro era identica a quello del mio cane potete immaginare quanto sia stato difficile sostenere la visione. Ma tornando ai protagonisti, più di chiunque altro sono in tre a non farcela, coloro che sono stati maggiormente colpiti dalle ultime perdite: Daryl, Maggie e Sasha, che non riescono a trovare un po’ di sollievo neanche nella tanto attesa pioggia.

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Se Daryl Dixon riesce a rimanere affascinante anche quando mangia un verme – i serpenti a questo punto diventano un piacevole ricordo – sappiamo però che non è indistruttibile, che dietro a quella corazza da “last man standing”, come lo aveva definito Beth, c’è un uomo vulnerabile che ha mostrato in poche e brevi occasioni le sue debolezze – pensiamo alle morti di Sophia e Merle. Perdere Beth, colei che lo aveva salvato nel post prigione impedendogli di rinchiudersi nel vecchio se stesso, è stato un colpo durissimo per lui, da cui non riesce a riprendersi. Senza Beth lì a ricordargli che lui ce l’ha fatta a lasciarsi alle spalle il brutto in cui è cresciuto, Daryl fa qualche passo indietro: non vuole parlare né con Rick né con Carol, coglie ogni opportunità per allontanarsi dal gruppo e solo quando è completamente solo si lascia andare ad un pianto liberatorio. Più della sofferenza fisica è quella emotiva che sta piegando Daryl, come provato dalla sigaretta spenta sulla mano che non gli provoca il minimo sussulto. Io non ce la faccio a vederlo così!

Meno dispiacere invece per Maggie. La Greene ora vive anche la comparsa di uno walker come un fastidio di cui liberarsi in fretta per tornare al suo dolore. La fuga dalla prigione e la ricerca di Glenn le avevano impedito di piangere pienamente la morte del padre e dopo un periodo di assurda negazione si ritrova l’unica Greene rimasta. “I never thought she was alive. I just didn’t. After daddy, I don’t know if I couldn’t. And after what Daryl said I hoped she was out there, alive. And then finding out that she was and then she wasn’t in the same day… Seeing her like that, it made it feel like none of it was ever really there. Before, this was just the dark part and…I don’t know if I want to fight it anymore”. Il suo discorso può avere un senso fino a quando ha incontrato Daryl a Terminus, però perché a quel punto non si è preoccupata di cercarla? Ha preferito vivere nella sua parte felice di mondo con Glenn, senza capire ciò che è chiaro sin da quando Rick si è svegliato in ospedale: questo è il mondo in cui vive adesso, gli walkers, i cadaveri e la desolazione non sono solo una parte a cui si può voltare lo sguardo, sono la realtà. Grimes ha ragione quando dice che i bambini si stanno adattando meglio perché è il contesto prevalente che conoscono, però da una donna adulta come Maggie mi aspettavo qualcosa in più – ma d’altronde è la stessa che ha costretto quel poverino di Carl a sparare alla madre appena morta perché lei non ne aveva il coraggio.

Sasha non è messa meglio, iniziava a riprendersi dalla perdita di Bob e arriva la botta Tyreese. A differenza degli altri però lei si lascia dominare da una rabbia che non vede l’ora di sfogare contro qualche walkers fisicamente e contro i compagni a parole – il “We are not friends” rivolto ad Abraham. Come le ricorda Michonne, Sasha sta reagendo esattamente come nella quarta stagione fece il fratello dopo la morte dell’amata: in un modo stupido, con cui mette a rischio se stessa e gli altri – Rick ci ha quasi guadagnato un morso al braccio.

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Tutti e tre non sanno se sono in grado di andare avanti, se possono ancora farcela, eppure nonostante ogni cosa intorno a loro sembri indirizzarli verso la resa definitiva, ci sono dei piccoli segnali di speranza. Sono loro i primi ad unirsi per impedire l’invasione degli walkers nel granaio e con il successivo aiuto degli altri resistono a quella che poteva davvero essere la fine – “Surviving together is all that matters”. Daryl aggiusta il carillon, il granaio viene miracolosamente risparmiato dalla furia della tempesta e Sasha e Maggie assistono ad un’alba serena. Dopo un primo silenzio il carillon inizia a suonare, non prima però della presentazione di un nuovo, inquietante personaggio: Aaron, quasi sicuramente colui che poco prima aveva lasciato a Rick&Co. delle bottiglie d’acqua firmandosi come “un amico”. Chi sei? Da dove salti fuori? Perché sai il nome di Rick? E perché sembri tanto in perfetta forma come se l’apocalisse fosse cominciata ieri? I dubbi sull’uomo sono obbligatori visti i precedenti, c’è un alto tasso di probabilità che sia fortemente disturbato e la sua stessa battuta “stranger, danger” non fa che aumentare il sospetto. Annuncia “I have good news”, ma anche se non sappiamo ancora di cosa si tratti, difficilmente i nostri sopravvissuti e noi gli crederemo.

I primi due episodi di questa seconda metà di stagione hanno segnato un ritorno in primo piano degli walkers come principale minaccia da cui guardarsi e sono stati emotivamente molto pesanti, incentrandosi sul vortice di disperazione in cui sono caduti i personaggi dopo la morte di Beth – giustamente a mio parere, non potevano passare immediatamente ad un’azione dopo l’altra sorvolando sull’interiorità dei protagonisti, come ho già detto nel post sul finale di Homeland, non stiamo guardando un film di Steven Seagal. Ma il tempo del dolore sembra essere giunto alla fine, l’arrivo di Aaron potrebbe segnare quella svolta annunciata durante la pausa che porterà ad un The Walking Dead tutto nuovo, non resta che aspettare la prossima puntata per capire qualcosa in più.

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