The Walking Dead – 7×03 The Cell – Recensione by R.

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Se siete riusciti a resistere al continuo passaggio della canzone Easy Street (di The Collapsable Hearts Club, disponibile su iTunes per chi volesse ripetere all’infinito l’esperienza), avete fatto conoscenza con il campo base dei Saviors. Dopo aver esplorato la comunità gaia e pacifica di The Kingdom, stavolta veniamo infatti introdotti nel regno di Negan, The Sanctuary.

Di nuovo un episodio incentrato su un unico luogo, ma il cui risultato è senza dubbio superiore allo scorso. E non (solo) perché tra i nostri sopravvissuti il protagonista è Daryl, ma soprattutto in quanto viene finalmente spalancato il sipario sul mondo di Negan. Prima avevamo solo potuto dedurne certi aspetti, traendo le somme dalle parole dell’uomo e delle altre persone incontrate nelle puntate precedenti; adesso il quadro è finalmente più chiaro. Inginocchiarsi, guadagnare punti, essere in debito e il “We are all Negan” erano concetti già sentiti, che ora acquistano pieno significato. A The Sanctuary ci sono tre strade da percorrere: 1. inginocchiarsi (letteralmente) a Negan e lavorare per lui rappresentandolo in ogni dove (da qui, alla domanda “Who are you?” i suoi uomini devono rispondere “I’m Negan”); 2. vivere la propria vita e guadagnare punti lavorando per pagare il debito con Negan per un tetto, provviste ed ogni altra risorsa (sotto la minaccia Lucille qualora si resti indietro col punteggio); oppure 3. morire ed andare ad arricchire il nutrito gruppo di walkers impalati in bella vista per tutti.

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È ovvio che in Daryl, Negan veda un perfetto candidato per la prima strada – gli stessi Sherry e Dwight lo avevano creduto un Savior al loro primo incontro. Ma noi conosciamo Daryl e sappiamo che è impossibile che si inginocchi. O almeno quasi, perché la tortura psicologica e fisica a cui viene sottoposto farebbe piegare chiunque e vedere Dixon in quelle condizioni porta inevitabilmente a sperare che ciò accada purché quel supplizio finisca. Daryl è rinchiuso fra quattro mura, al buio, nudo, con il tempo scandito solo dai panini serviti da Dwight e, ciliegina sulla torta, la ripetizione continua di Easy Street, che ti entra nel cervello peggio di un martello pneumatico. Già dopo pochi secondi abbassavo il volume ogni volta che ripartiva perché non ne potevo più. Un tormento che in poche immagini rende chiaro che l’avvertimento di Sherry, “Whatever he’s done to you, there’s more. There’s always more”, sia pura verità, tanto da augurarsi che Daryl segua il suo consiglio e abbandoni l’idea di fuggire. Purtroppo Dixon insiste, cadendo nella trappola di Negan e facendo così presto ritorno nella sua cella, appesantito dalle botte, dalla musica più alta e dalla foto di un maciullato Glenn a ricordargli costantemente chi (e come lo) ha perso.

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Daryl prigioniero è colui che ci permette di introdurci a The Sanctuary, ma nei fatti ad emergere quale protagonista e a svelarci i meccanismi perversi del luogo è il suo carceriere Dwight. Dovremmo odiarlo per tutto quello che ha fatto e continua a fare al nostro Dixon da quando si è messo sulla sua strada, eppure man mano che i minuti scorrono, iniziamo a scorgere il Dwight sotto l’ “I’m Negan” e a capire perché ha deciso di inginocchiarsi. In “Always Accountable” (6×06) Dwight, Sherry e la sorella Tina erano da poco fuggiti da The Sanctuary, rubando le medicine che la terza necessitava per il diabete; Tina era stata poi uccisa dagli walkers. Ora scopriamo che prima di quella fuga, Negan voleva sposare la “super hot” Tina per rimediare al suo essere rimasta indietro col punteggio. Morta la futura sposa, Lucille sembrava l’unico destino di Dwight, ma Sherry si è offerta di prendere il posto della sorella per salvare il marito. Negan si è quindi sposato con l’altrettanto “super hot” Sherry, non prima però di averla fatta pagare a Dwight ustionandogli il volto con un ferro da stiro. Ecco a voi l’inferno personale di Dwight.

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Alla luce di questo racconto si spiegano i suoi atteggiamenti durante la puntata, dalla curiosità per il test di gravidanza al rifiuto di una prostituta gratis (purché consenziente, evidentemente anche per la morale di Negan almeno lo stupro è inaccettabile, il che è già un passo avanti rispetto ai primi tizi di Terminus). Ma soprattutto illustra il conflitto interiore dell’uomo che traspare sia dallo scambio con l’ex amico in fuga sia con Daryl. Il fuggitivo si era piegato ed ora non ha più intenzione di farlo, anche a costo di morire, perché non ha più nessuno; Dwight non può permetterselo perché, al contrario, ha ancora qualcuno a cui deve pensare, sua moglie. Uno ricorda, l’altro sta ancora vivendo l’inferno creatogli da Negan. E questa è la medesima ragione per cui nemmeno Daryl può inginocchiarsi: ha perso Glenn, anzi peggio, si sente responsabile per la sua morte ed è rimasto solo, non ha nessuno per cui doversi piegare.

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There’s only one of him and all of us” dice il fuggitivo ed in effetti contando quanti sono i Saviors, la domanda perché non si alleano contro Negan anziché inginocchiarsi, è legittima. Ed alla stessa si può rispondere con le parole di King Ezekiel della scorsa puntata: l’essere umano ha bisogno di un leader che gli dia un senso di sicurezza; la differenza sta solo nel modo in cui i due uomini trasmettono quest’ultimo. La risposta di Dwight, “We were losing, now we are not”, va in questa direzione. Negan governa con la paura e fa in modo di essere ovunque grazie alla fede/identificazione in lui dei suoi uomini – “We are all Negan” – e di fatto al momento sta vincendo. The Kingdom sarà ricco e sereno, ma è sfruttato da The Sanctuary al pari di Alexandria e Hilltop, mentre gli uomini di Negan vivono come re tra provviste, musica e vecchie serie tv.

Anche in questo episodio non è successo molto dal punto di vista degli avvenimenti, tuttavia a differenza del precedente è stato di gran lunga più interessante. Negan e il suo mondo necessitavano di una puntata intera che saziasse quella curiosità sorta già nella passata stagione e Negan è di per sé un personaggio in grado di reggere anche da solo quaranta minuti. La presenza di Daryl è stata quel di più sufficiente per il coinvolgimento emotivo; è inverosimile che dopo tutto l’impegno di Negan per lui e l’addio di ben due protagonisti, dobbiamo temere anche per la sorte di Dixon, ma sfido chiunque a non trasalire ogni volta che Lucille si avvicina al nostro motociclista. A parte lo stesso Daryl ovviamente, che fino alla fine resta fedele a se stesso, all’uomo a cui ci siamo tanto affezionati in questi sette anni. Daryl Dixon è sempre Daryl Dixon, non importa a quante torture viene sottoposto.

Voto all’episodio: ♥♥♥½ i panini imbottiti col cibo per cani restano comunque meglio della carne di maiali nutriti a zombie!

[Questo post lo trovate anche dalla nostra affiliata Andrew Lincoln Italy, che ringrazio per la collaborazione]

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