The Walking Dead – 7×13 Bury Me Here – Recensione by R.

Chi l’avrebbe detto che un episodio interamente dedicato a Morgan avrebbe potuto rivelarsi davvero interessante? Il pregiudizio verso di esso era forte, pur tralasciando l’andamento recente della serie, le puntate su Morgan sono diventate scialbe immediatamente dopo il suo ritorno; invece, successivamente ad una prima parte che faceva temere solo noia a palate, sono lieta di essere stata smentita.

I primi venti minuti sono apparentemente la riproposizione di un altro soporifero giorno in quel di The Kingdom, dove ormai neppure Shiva riesce a farti raddrizzare sul divano. La favola creata da Ezekiel persevera e l’unico dramma è l’infestazione che ha colpito il giardino; un problema risolvibile estirpando e piantando di nuovo. Eppure, come l’espressione cupa di Ezekiel svela la paura latente, qua e là vengono gettati gli indizi su quanto sta per accadere e che ci illuminerà sulla scena d’apertura col melone. E fra questi, i segnali più evidenti sono quelli che indicano il povero Benjamin come prossima vittima. Il ragazzo origlia l’ammirazione provata per lui dal fratello minore, rafforza la fiducia del King in quanto ha saputo costruire, accenna alla conoscenza con una ragazza e chiede a Carol di insegnarli a lottare con gli zombie; Benjamin vorrebbe andare con lei anziché all’incontro con i Saviors, ma la donna è ancora nella fase dell’eremita che preferisce una bella bugia ad una brutta verità. Se avete colto questi indizi, avete compreso subito che uno dei pochi personaggi nuovi meritevoli d’attenzione era già sul punto di salutarci. Perché Benjamin va all’incontro con i Saviors, un incontro che stavolta è molto di più: è la trappola organizzata da Richard dopo che il piano di Carol quale vittima sacrificale è andato a monte.

La strada bloccata, la fossa e il cartello “Bury me here”, laddove prima Richard guardava uno zainetto col nome Katy, e lo sguardo di quest’ultimo durante lo scambio con i Saviors, ci svelano lentamente il quadro; è subito chiaro che stavolta non sono i Saviors la vera origine del pericolo. La scomparsa di uno dei dodici meloni dovuti ai Saviors fa da miccia all’esplosione della tensione voluta da Richard, ma il suo piano ha una pecca; l’uomo dà per scontato che sarà lui ad essere ucciso come prezzo di quella mancanza (ricordiamo l’ostilità crescente col tizio che ha rubato il bastone di Morgan), è disposto a sacrificarsi affinché Ezekiel apra gli occhi e si decida a combattere. Purtroppo Benjamin non ha tenuto la bocca chiusa con lo stesso Savior e questi gli spara alla gamba, una ferita che lo fa morire dissanguato in breve tempo. Da lì parte un effetto domino con risvolti inaspettati e ormai insperati.

Morgan non regge alla morte di quel giovane a cui stava facendo da mentore, la sua mente torna al periodo più buio della sua vita, quello successivo alla perdita della moglie e del figlio, in cui il suo mantra era “Clear”, il buco nero da cui Eastman lo ha salvato. E la situazione rischia di precipitare quando comprende il ruolo di Richard e sente la sua storia, tanto simile alla sua. Richard ha perso prima la moglie e poi la figlia Katy perché ha aspettato senza far nulla, non avrebbe permesso che questo si ripetesse, ecco perché era disposto pure a morire (la tomba era per lui e lo zaino apparteneva alla sua bambina). Anche Morgan aveva perso la sua famiglia perché non aveva agito: la moglie era diventata una walker e aveva poi ucciso il loro figlio Duane dopo che Morgan non aveva avuto la forza di eliminarla. Di fronte ad una simile vicinanza di esperienze, la reazione di Morgan agli atti di Richard è imprevedibile.

Richard vorrebbe andare avanti col piano, sfruttare comunque gli eventi nonostante non si siano risolti come aveva previsto, spera di convincere i Saviors della lealtà di The Kingdom e colpirli di sorpresa una volta alleati con Alexandria. Morgan sembra lasciarlo fare, apparentemente troppo preso a riflettere nuovamente sulla questione della morale di tutto ciò. In realtà l’uomo si è svegliato dal torpore che lo avvolgeva da quando lo abbiamo ritrovato: Morgan appoggia quindi l’idea di Richard e anzi, la realizza in modo ancor più efficace uccidendo a mani nude quest’ultimo e rivelando di fronte a Saviors e compagni la sua colpa. Massacrando colui che minava il rapporto tra The Kingdom e The Sanctuary, Morgan dimostra la totale fedeltà del primo verso il secondo. Ma soprattutto torna ad uccidere, mette da parte tutti quei discorsi moralisti con cui ci ha ammorbato per puntate e puntate.

Con una rinnovata fiducia dei Saviors in The Kingdom, i personaggi che fino a pochi minuti prima erano i più ostili alla ribellione si svegliano: prima Morgan, poi Ezekiel e infine Carol. Morgan svela infatti alla donna la verità su quanto accaduto ad Alexandria, morti di Glenn ed Abraham comprese, e Carol recupera la forza che la contraddistingueva.

Dopo un inizio così così, “Bury me here” si rivela uno degli episodi più piacevoli di questa stagione con eventi significativi ed una conseguente evoluzione dei protagonisti coinvolti che era ormai insperata. Se vogliamo trovare un difetto, è il tempo necessario per arrivare a questo momento e conseguentemente la costantemente prolungata attesa per il momento in cui la testa verrà alzata non solo con le parole, ma anche coi fatti. Un’attesa che sembra rimarcata dalle battute finali di Carol ed Ezekiel. In Game of Thrones Syrio Forel diceva ad Arya “What do we say to the god of death?” e lei rispondeva “Not today”, due parole che ci esaltavano come “Dracarys”; in The Walking Dead la medesima risposta arriva con tutt’altro risultato dal King alle parole di Carol “We have to fight”: “We do. But not today”. QUANDO ALLORA? “Not today” sembra la risposta implicita che ci è stata schiaffata ogni volta – ultimamente diciamo pure quasi sempre – che ci domandavamo quando sarebbe finalmente accaduto qualcosa di rilevante. Forse ci siamo quasi.

Voto all’episodio: ♥♥♥½ ciao Benjamin, eri troppo carino per durare per molte puntate

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