True Detective – 2×04 Down Will Come – Recensione by R.

TrueDetective_2x04_Paul

Arrivati a metà stagione arriva anche il primo episodio che inizia a coinvolgerti nel racconto, con le svolte a livello personale dei protagonisti e soprattutto la sparatoria. È al bagno di sangue del finale che va infatti il merito di aver alzato il livello dello show, dove purtroppo i dialoghi e le immagini cadono spesso in una complessità di interpretazione tale da lasciarti non poco perplesso; su una cosa non c’erano dubbi – e a tal proposito concordiamo con Ani – ossia che a Dixon “You know what? I could give a shit”. Anche a True Detective qualche certezza ogni tanto ci vuole!

Fra i punti fermi rientra pure Frank e non in positivo; mi dispiace, ma il personaggio di Vince Vaughn lo tollero sempre meno. Lamentele su lamentele che sfoga su quella povera donna che continua a sopportarlo e discorsi da bullo di quartiere per sfruttare gli ex partner di Vinci. La rissa dello scorso episodio è stata solo il primo passo per riprendere il controllo di tutte le sue vecchie attività, in modo che i conseguenti guadagni coprano le perdite subite con Caspere. Per Frank è un indesiderato ritorno al passato, una conferma che tutto quanto ha fatto per elevare la sua posizione non è servito a nulla; e le due macchie – stavolta sulla tovaglia – ricompaiono quasi a volergli confermare la materializzazione delle sue paure. Insomma nulla di nuovo sul fronte Semyon. Si salva con qualche battuta che illumina la sua storia e quella degli altri protagonisti; “Sometimes your worst self is your best self” è rivolta a Ray, ma si adatta perfettamente allo stesso Frank: forse il Semyon del passato, quello che ha cercato di lasciarsi alle spalle è davvero il meglio che lui possa essere.

TrueDetective_2x04_Frank

Non so però se lo stesso vale per il suo interlocutore Ray, che nella puntata precedente sembrava aver iniziato una nuova vita, completamente diversa da quella vissuta sino ad ora. La chiacchierata al bar con Semyon – che gli offre di unirsi a lui – per aggiornarlo sul caso Caspere lascerebbe intendere un passo indietro di Velcoro, ma non il successivo dialogo col figlio. Ray sembra infatti rispettare la richiesta dell’ex moglie di allontanarsi da Chad: l’incontro col bambino suona come un congedo, accompagnato da un ricordo di sé, rappresentato dal distintivo del nonno “Where you come from, that’ll mean something to you one day”.

Ray Velcoro è stato il mio preferito dalla premiere, ma questa posizione viene ora seriamente contesa dall’uomo che soccorre e che cerca a modo suo di risollevare di fronte ad una comprensibile crisi, Paul. I complessi di identità di Woodrugh lo avvicinano al crollo emotivo dopo che si risveglia nel letto del compagno d’armi Miguel, la sua moto è stata probabilmente rubata e viene assalito dai giornalisti. Paul Woodrugh ha sempre fatto quanto gli veniva detto, ha rispettato quell’immagine di macho che gli altri gli attribuivano, ma adesso tutto gli scivola via: la sua vita privata, il suo lavoro come poliziotto, perfino la sua adorata moto; “I did everything they said, man. Army, PD. But it doesn’t matter. (…) Been listening to them for so fucking long that… I don’t even know who the fuck I am”. Ray gli tende una mano, ma è l’inaspettata notizia della ex che gli dà la scossa che aspettava per capire “how to be…out in the world”: la ragazza è incinta e vuole tenere il bambino, con o senza di lui. Al momento credevo che questa gravidanza lo avrebbe definitivamente fatto crollare e invece Paul la interpreta “This is the best thing that could happen”; segno del destino o ennesima “imposizione” altrui, per Paul quel bambino lo indirizza verso l’identità di padre e marito per la donna che ora è convinto di amare.

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Il lavoro porta Ani a confrontarsi con la sua famiglia su più fronti, perché per lei la California è più piccola che in Beautiful. Parlando con la figlia di Chessani scopre – oltre all’ovvietà sul Sindaco “He is a very bad person” – che la madre della ragazza era schizofrenica e si era suicidata nella clinica gestita dal Dottor Pitlor, lo stesso indimenticabile medico di Ben Caspere. L’empatia con la figlia di Chessani è inevitabile e così Ani va dalla sorella Athena a ripescare ricordi di mamma Bezzerides; e qui l’immagine dello Sceriffo quale donna in grado di lottare ad armi pari con un uomo subisce una leggera crepa: il pugnale che porta sempre con sé infatti era di sua mamma, un ricordo, preferito alle statuette costruite dalla donna. Anche il Dottor Pitlor aveva però un legame con la famiglia Bezzerides, per l’attività svolta nella comunità di suo padre; e qui salta fuori che tutti i nomi altisonanti coinvolti nelle indagini frequentavano quel luogo: Eliot le mostra infatti una foto che ritrae Chessani, Caspere, Pitlor. “Jesus, that’s some fucking coincidence”… solo Ani? Si fissa con la famiglia del Sindaco, ma non si pone due domande in più né sulle maschere né su queste strane e continue “coincidenze”!

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Ma soprattutto Ani non sembra aver ancora pienamente inquadrato ciò che Ray ha cercato di spiegarle fin dall’inizio: i loro capi non sono minimamente interessati alla soluzione del caso, alla validità del lavoro che svolgono “You think this is about stopping Vinci doing the same thing it’s been doing for a century?”. Lei, Ray e Paul sono “expendables”, gli unici che subiranno le conseguenze di questa indagine. E per Ani sono già iniziate. Ingenuamente convinta che fare un buon lavoro e non lasciarsi corrompere sia il miglior scudo contro ogni attacco, la Bezzerides è costretta a ricredersi quando la sua vita privata (la relazione col subordinato Steven) diventa oggetto di un’indagine degli affari interni per un formale reclamo dell’ex. La reazione di Ani dinanzi alla sospensione non fa che confermare i suoi problemi con l’altro sesso, sebbene questa volta non abbia tutti i torti a denunciare la differenza di trattamento fra uomo e donna; però più di tutto ha ragione di sospettare che Chessani ci abbia messo lo zampino – esattamente come pronosticato da Velcoro.

Ani Bezzerides è anche protagonista di una battuta che, insieme a quella di Frank sullo zucchero in pasticceria, rientra fra quelle che ti lasciano davvero alquanto perplesso: in riferimento ai ricordi che si vorrebbero dimenticare sostiene “Those moments, they stare back at you. You don’t remember them, they remember you. Turn around, there they are. Staring”, mamma mia che ansia!

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Ani è così abbandonata al suo destino dal dipartimento su cui ripone la normalità della sua “vita pubblica” – gestisce ancora l’indagine su Caspere, ma non può mettere piede nell’edificio. Ray ha salutato l’unica persona della sua vita, mentre solo la gravidanza ha “salvato” Paul dalla crisi esistenziale. È in questo stato che i tre affrontano la missione presso l’abitazione di un messicano, Ledo Amarilla, che era in possesso di alcuni oggetti di Ben Caspere e che quindi è il principale sospettato della sua morte. Un’operazione che in pochi secondi si trasforma in un bagno di sangue quando un cecchino inizia a sparare: un’esplosione, spari, sangue, morti ovunque. È una strage di civili e poliziotti, tutti colpiti in modo brutale, Dixon per primo. I minuti finali rappresentano ad ora la migliore scena della stagione, quella che ti fa capire perché continui a seguire lo show nonostante i dubbi qua e là. Alla fine, di tutti gli agenti coinvolti – troppi secondo i superiori – solo i nostri Ani, Ray e Paul restano in piedi, mentre l’obiettivo Ledo si uccide. Ani e Ray sono sconvolti dalla strage che li circonda, mentre Paul sembra quello più lucido, quello che ha gestito al meglio il caos del momento; forse Velcoro aveva ragione nel dirgli “You’ve seen shit. After that, anything else should be a cakewalk”. Reazioni a parte, tutti e tre gli “expendables” dei rispettivi dipartimenti sono sopravvissuti, sono loro le facce destinate alle telecamere che erano nelle vicinanze, coloro che subiranno il disonore di quanto accaduto. Ognuno di loro può contare solo sugli altri due, quindi come Rusty e Marty nella prima stagione faranno bene a fare fronte comune.

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