True Detective – 2×06 Church in Ruins – Recensione by R.

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Il secondo episodio della prima stagione di True Detective, “Seeing Things”, si concludeva con Marty e Rusty in un chiesa bruciata; il titolo di questa puntata, “Church in Ruins”, riporta inevitabilmente alla mente quell’immagine. La sensazione che ne emerge è che il mondo dello show sia ormai perduto, abbandonato a se stesso, senza nulla che possa ricondurlo verso la luce; la chiesa in rovina è il simbolo di questa situazione: neanche il luogo del Signore e della speranza è riuscito a sopravvivere al groviglio di vizi e corruzione in cui la comunità è caduta. Per quella della serie, questa decadenza è iniziata con le rivolte di Los Angeles dei primi anni 90; è a quel periodo che risale la storia dei diamanti blu di Caspere, precisamente ad una rapina perpetrata da uomini mascherati (di nuovo) con contestuale omicidio dei proprietari della gioielleria, gli Osterman. A quei fatti assistettero nascosti i figli della coppia, una bambina di 4 anni e un bambino poco più grande, finiti poi in casa famiglia: due vittime innocenti, costrette tanto presto a scontrarsi con quella società in rovina; due vite inevitabilmente segnate, sul cui destino rimane il mistero, che fine avranno fatto? Li abbiamo incontrati in questi sei episodi? I figli del Sindaco Chessani ci starebbero, sia come età che come colore di capelli.

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Chi più chi meno, tutti i protagonisti dello show sono stati colpiti nel corso della loro vita dalle brutture del mondo che li circonda come quei due bambini e di recente il figlio di Stan. È a lui che Frank fa un discorso sulla quasi necessità di affrontare dei dolori nella vita per poter crescere davvero “Sometimes a thing happens, splits your life. There’s a before and after. (…) But if you use it right, the bad thing, you use it right and… it makes you better. Stronger”. Per la prima volta sono abbastanza d’accordo con la psicologia Semyon, che sia una mera speranza di trarre qualcosa di buono dal brutto o verità, l’idea di diventare “più forti di prima” è diffusa e comunque dovrebbe aiutare ad affrontare le difficoltà. Nel caso dei protagonisti di True Detective è alla base della loro immagine di anti-eroi, tutti e quattro hanno avuto dei traumi ed è da quelli che sono diventati i duri – o almeno così vogliono apparire – che conosciamo; ognuno con le sue pecche però, su “migliori” infatti si può discutere, ma anche qui può valere la battuta di Frank “Sometimes your worst self is your best self”. Per Semyon il percorso è stato segnato da ben cinque “bad things”, che lo hanno trasformato nel gangster attuale, un uomo con il bisogno costante di avere il controllo della situazione. Per Ray invece è stata l’aggressione alla moglie a fargli perdere la “decency”, diventando un poliziotto bruto e corrotto. Lo scontro fra i due apre l’episodio, seduti sui lati opposti del tavolo come siamo soliti vederli al bar, ma stavolta nella cucina di Frank e con le pistole puntate sotto il tavolo. Semyon sostiene di aver confidato sulla validità dell’informazione sul nome dell’aggressore e sebbene con un’iniziale titubanza, Ray sembra credergli. Nonostante gli risponda “Wouldn’t that be fucked up?” all’ammissione di Frank “You might be one of the last friends I got”, credo che quest’ultima non sia lontana dalla verità. Frank ha sfruttato ciò che Velcoro ha fatto a quell’uomo e non si è risparmiato negli atteggiamenti da bullo, tuttavia non solo questo è forse il meglio che possa fare, ma sin dalla prima puntata ho avuto la sensazione che davvero Frank percepisca Ray come un amico, l’unico a cui confidare le difficoltà ad avere figli, nonostante il contesto e il dislivello del loro rapporto.

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Tra l’altro nello scambio con Velcoro di questo episodio, Frank non è così in errore: lui ha fornito un nome a Ray, ma il modo in cui quest’ultimo ha usato quell’informazione non è dipeso da altri se non se stesso; per Velcoro quella è stata la scusa per trasformarsi in quel duro che ha sempre voluto essere, quel poliziotto macho idolatrato dal padre nei film di Kirk Douglas. Se questo è il vero Ray, allora l’ex moglie non avrebbe tutti i torti ad allontanarlo da Chad. Ed ora lo stesso Velcoro inizia a rendersene conto; la visita al figlio con la supervisione dell’assistente sociale gli mette in evidenza che qualcosa tra lui e Chad non va: basta l’invadenza dello sguardo osservatore della donna per fargli percepire ciò che finora si era sempre rifiutato di vedere, la difficoltà del bambino a rapportarsi tranquillamente con lui. Ray decide così di allontanarsi dal figlio perché possa vivere sereno, dicendo addio all’immagine di bravo padre, unica cosa buona rimastagli. Chiedere alla ex di non procedere con il test di paternità – portandola ad ammettere che lo fa solo per se stessa – è un ulteriore punto a suo vantaggio: magari lo fa per sé, per non perdere del tutto il ruolo di padre, ma davvero c’è bisogno di raccontare a Chad di essere frutto di uno stupro? Ma lasciategli vedere Friends in pace!

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Solo ruolo da detective per Paul questa settimana e come al solito lo fa benissimo, specialmente nella missione finale, che vede come grande protagonista Ani Bezzerides. Athena le dedica un quadro “I was thinking about a woman drowning on dry land”; ancora una volta la sorellina centra perfettamente il punto. Ani, a costo di affogare nella solitudine, tiene a distanza le persone, ogni volta che qualcuno ha cercato di avvicinarsi a lei, lo ha respinto – l’ex compagno ne è la prova più evidente. Ma nel party-orgia a cui partecipa sotto copertura iniziamo finalmente a comprendere il perché del suo comportamento. I party organizzati dai corrotti di Vinci – praticamente quasi tutti i potenti della città – e a cui partecipava Caspere sono delle vere e proprie orgie stile Eyes Wide Shut o, per me che non ho mai visto il film di Kubrick, The Juliette Society; uomini ricchi e potenti che pagano per accedere ad un circolo esclusivo e segreto dove sesso facile, droga e soldi la fanno da padrona. Attraverso la detective, assistiamo ad una serie di immagini che mostrano la perdizione e lo squallore in cui la comunità è caduta. Sotto l’effetto della droga Ani vive tutto ciò a metà tra allucinazione e realtà, rivedendo in coloro che la circondano un uomo barbuto e coi capelli lunghi dal quale, quando era bambina, ai tempi della comunità di suo padre, era stata attirata e molto probabilmente abusata. È evidente quanto un evento simile durante l’infanzia illumini sull’attuale vita della Bezzerides. Ani si sente male, ma quando riconosce la scomparsa Vera in una delle ragazze, riesce a fuggire con lei e a raggiungere Ray e Paul – uccidendo due uomini.

I tre detective speciali recuperano così l’unica ragazza rimasta che potrebbe aiutarli nel caso Caspere, ora che Irina – colei che aveva consegnato i diamanti blu – è stata uccisa dalla gang messicana Santa Muerte. Frank ha fatto in tempo a scoprire da Irina che la consegna dei diamanti le era stata richiesta per 500 dollari da un poliziotto bianco e magro – il più gettonato è il superiore di Velcoro, il tenente Burris. Nello scorso episodio Paul e Ani avevano trovato un capanno con una sedia piena di sangue che lasciava pensare che fosse il luogo dell’assassinio di Caspere, ma adesso sappiamo che il sangue era di una donna, nonché ovviamente non di Vera. Abbiamo anche visto con i nostri occhi in cosa era coinvolto Caspere, ma ancora non è intuibile il perché sia stato ucciso né da chi; voleva tradire l’élite delle orgie? Dubito. I responsabili potrebbero al contrario essere opposti proprio a quel circolo? E tutte le “coincidenze” col passato di Ani? Ormai siamo a due episodi dalla fine quindi le risposte non tarderanno ad arrivare. Intanto bisogna fare i complimenti ad Ani: perfino sconvolta e drogata è riuscita a mettere fuori gioco due uomini con un coltello, esattamente come aveva descritto.

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